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mercoledì 15 luglio 2026

La Mano di Jannik Sinner: La Fisica Inerziale e l'Origine Emergente del Talento nel Tennis



Dalla variazione di massa sistemica di Rod Cross alla "Società della Mente" di Minsky: come la complessità del gioco nasce dalla modulazione di parametri fisici microscopici. (Da "La mano di Rod" Laver a quella di Jannik).

Biomeccanica e Sistemi Complessi. Analisi Scientifica e Divulgativa

Nel tennis contemporaneo, l’espressione "tocco di palla" viene spesso trattata come una categoria mistica, un attributo innato non quantificabile che separa i fuoriclasse dai puri esecutori. Tuttavia, grattando la superficie della biomeccanica classica, emerge una realtà differente: il talento tennistico altro non è che un fenomeno emergente. Si tratta della capacità di governare parametri fisici di base attraverso micro-regolazioni dinamiche.

Ispirandoci alle analisi del fisico australiano Rod Cross, a nostre attente osservazioni, e incrociando i suoi dati con la cibernetica di Marvin Minsky e la fisica dei sistemi complessi, possiamo formulare un'ipotesi affascinante: i colpi più complessi ed eleganti del gioco non nascono da calcoli astrusi, ma dalla modulazione istantanea del momento angolare e della pressione d'impugnatura.

1. L'equazione di base: il braccio pesante come modulatore d'onda

Per comprendere l'origine fisica del colpo, occorre partire dalla dinamica rotazionale. Quando un tennista colpisce la pallina, il trasferimento di energia è regolato dal momento angolare (L), espresso come il prodotto del momento d'inerzia (I) per la velocità angolare (\omega):

L = I \cdot \omega



Un braccio biologicamente dotato di maggiore massa (o con una densità muscolare e scheletrica che ne incrementa il momento d'inerzia originario) possiede un potenziale di trasferimento energetico intrinsecamente superiore. Ma il vero vantaggio competitivo non risiede nella pura forza bruta, bensì nella capacità di modulazione.




Un sistema caratterizzato da una massa inerziale elevata mette a disposizione una "banda passante" di modulazione enormemente più vasta. Controllando la velocità del braccio, un giocatore dotato di leve pesanti può variare lo spettro del momento angolare finale in modo estremamente progressivo e preciso, offrendo alla pallina traiettorie, rotazioni e pesi d'impatto preclusi a chi possiede una massa biologica ridotta e deve compensare unicamente con la velocità grezza del gesto.

2. L'interruttore dinamico di Rod Cross

L'intuizione fisica decisiva si deve a Rod Cross, emerito studioso della fisica applicata al tennis. Cross ha dimostrato che la racchetta, nel momento dell'impatto, non si comporta come un corpo rigido e isolato, bensì si fonde con l'arto del tennista a seconda della forza esercitata sul manico. Infatti è proprio la mano l'elemento che permette di fare sistema con la racchetta.

È proprio qui che si compie la transizione da fisica lineare a sistema complesso:

  • A presa decontratta (allentata): la racchetta reagisce in modo quasi indipendente. Il punto di perno rimane avanzato, l'inerzia è limitata e l'impatto risente di una frazione minima della massa del braccio.
  • A presa serrata (stretta): la racchetta e l'avambraccio si fondono istantaneamente in un'unica entità sistemica. La massa del braccio si somma a quella del telaio, spostando indietro il centro di percussione (lo sweet spot) e aumentando drammaticamente l'energia cinetica restituita alla palla.
  • Tra le due prese estreme (massima stretta e massima rilassatezza) ci sono molteplici forme intermedie

Il modulatore di massa sistemico

Il tennista d'élite dotato di una mano pesante agisce come un vero e proprio modulatore di massa in tempo reale. Variando la pressione delle dita sulla frazione di secondo che precede l'impatto, egli può letteralmente "aggiungere" o "sottrarre" peso strutturale al punto dell'impugnatura. Il risultato è la capacità di generare spin estremi, drop-shot millimetrici, volée accarezzate o accelerazioni improvvise partendo dalla medesima preparazione visiva del colpo.

3. La "Società della Mente" e l'emergenza biologica

Questa straordinaria modulazione cinetica ci riporta direttamente a Marvin Minsky e alla sua teoria della Società della Mente. Come può il cervello umano gestire calcoli di tale precisione millimetrica in poche frazioni di secondo?

La risposta è che non li gestisce centralmente. Non esiste un "supercomputer" nella testa del tennista che calcola equazioni differenziali in tempo reale. L'azione finale è, al contrario, il risultato di una moltitudine di micro-agenti stupidi coordinati localmente:

  • Un agente si occupa unicamente della pressione delle falangi sul grip.
  • Un altro valuta la velocità periferica della testa della racchetta.
  • Un terzo monitora l'equilibrio del busto e lo spostamento del baricentro.

Nessuno di questi agenti sa cosa sia un "passante incrociato" o una "stop volley". Eppure, la loro interazione genera l'intelligenza motoria emergente.

Esattamente come nel volo degli storni, dove figure aeree di sublime complessità nascono da tre semplici regole di vicinato, o nell'evoluzione biologica, dove la selezione naturale ottimizza i corpi partendo da semplici mutazioni casuali del codice genetico, il colpo magistrale del tennista emerge dalla combinazione armonica di micro-regole fisiche locali.

Conclusioni: l'arte che rispetta la fisica

Il "talento puro" è, in ultima analisi, la capacità di sfruttare le leggi della fisica per creare alternative di gioco. Chi governa la modulazione della massa dispone di un vocabolario dinamico infinitamente più ricco.

Le soluzioni balistiche che ne derivano non sono il frutto di una dote soprannaturale, ma la spettacolare dimostrazione di come la natura, attraverso regole microscopiche incredibilmente semplici, ami plasmare le sue forme più complesse e affascinanti: in un cielo d'autunno, in una catena di DNA o sul campo centrale di Wimbledon.

Fabrizio Brascugli

lunedì 13 luglio 2026

La risposta bloccata scomparsa: perché il servizio domina sempre di più nel tennis moderno



Analisi della finale Wimbledon 2026 Sinner-Zverev e l’impatto dell’attrezzatura sulla tecnica

Nella finale di Wimbledon 2026, Jannik Sinner ha difeso il titolo battendo Alexander Zverev con il punteggio di 6-7(7-9), 7-6(7-2), 6-3, 6-4.

Sinner non ha perso il servizio per tutta la partita, ha ribaltato il match con un tie-break dominante nel secondo set e ha chiuso con due break nei set finali. Il servizio è stato protagonista assoluto, ma il vero tema tattico e tecnico va oltre la potenza del servizio: è la quasi totale scomparsa della “risposta bloccata” (compact/blocked return), un colpo un tempo fondamentale e oggi quasi estinto ai massimi livelli.

Il servizio non è il solo colpevole

Zverev ha servito con grande efficacia (alto numero di ace e punti vinti sul primo servizio), ma Sinner ha risposto in modo solido quando ha potuto. Il problema più profondo è strutturale: con i servizi odierni (velocità elevate, angolazioni estreme e profondità), i giocatori hanno pochissimo tempo per preparare un colpo. La risposta “bloccata”, backswing ridotto, impatto davanti al corpo, uso della velocità avversaria per neutralizzare e restituire traiettoria bassa e profonda, richiede precisione, timing e una certa inerzia della racchetta. Oggi questa soluzione è rara perché l’attrezzatura moderna la rende meno efficace.

Evoluzione dell’attrezzatura: racchette più leggere

Le racchette da tennis si sono alleggerite notevolmente nel corso dei decenni:

  • Era del legno (fino agli anni ’70-’80): spesso 350-450 g. - Transizione a grafite e compositi: calo progressivo.
  • Oggi (pro): media ridotta di circa 18 g rispetto alla generazione precedente, con swingweight in diminuzione di oltre 20 punti. Le racchette pro si aggirano tipicamente tra 300-340 g incordate (a seconda del setup personalizzato).
  • Pete Sampras, maestro della risposta compatta, usava una Wilson Pro Staff 85 personalizzata che arrivava a circa 384 g incordata (con lead tape e impugnatura in pelle). Era un telaio pesante, con alto momento d’inerzia, che forniva grande stabilità.

Le racchette più leggere permettono swing più veloci e maggiore maneggevolezza nei colpi da fondo campo aggressivi, ma penalizzano i colpi “bloccati” o difensivi, dove conta di più la massa che la velocità della testa della racchetta.

Approfondimento fisico: meno massa = meno momentum

Il concetto chiave è il momento lineare (momentum) della racchetta: [ p = m \cdot v ] dove ( m ) è la massa della testa della racchetta e ( v ) la sua velocità al momento dell’impatto. Nella risposta bloccata si usa un backswing molto ridotto e una velocità della racchetta relativamente bassa (( v ) ridotta). Con una racchetta pesante (alta ( m )), anche a bassa ( v ) si ottiene un momentum sufficiente per assorbire e reindirizzare il momentum della palla in arrivo (( m_b \cdot v_b ), dove ( v_b ) è alta sul servizio).

Con una racchetta leggera (bassa ( m )): - A parità di ( v ), il momentum ( p ) è inferiore.

  • Per compensare e generare un impulso efficace (( J = \Delta p = F \cdot \Delta t )), il giocatore deve aumentare ( v ) (quindi un backswing più ampio e più tempo di preparazione).
  • La racchetta leggera “recede” di più all’impatto (maggiore rinculo), rendendo più difficile mantenere il controllo e la traiettoria desiderata senza aggiungere swing proprio. In pratica: non c’è tempo per quel backswing più ampio contro un servizio potente. Il risultato è una risposta più passiva, più alta o più corta, che regala tempo all’avversario. L’impulso durante il contatto è cruciale. Una racchetta più massiccia fornisce una piattaforma più stabile per trasferire forza alla palla in un tempo di contatto breve, ideale per il “blocco”.

Il contributo delle corde in poliestere

  • Le corde in poliestere (ormai standard tra i top player) hanno bassa elasticità e ridotto “dwell time” (tempo di contatto corda-palla). Offrono meno effetto trampolino e restituiscono meno energia “gratuita” rispetto alle corde naturali o ibride del passato. Il giocatore deve quindi generare più potenza con il proprio movimento. Questo spinge ulteriormente verso preparazioni più ampie e veloci, penalizzando ulteriormente la risposta compatta.

Sampras: l’ultimo grande maestro della risposta bloccata

  • Pete Sampras era un esperto nell’usare la velocità del servizio avversario. La sua risposta bloccata era compatta, precisa e spesso restituiva la palla bassa e profonda, togliendo tempo al rivale. Con una racchetta pesante e corde naturali (più elastiche), poteva “bloccare” efficacemente anche contro servizi molto potenti. Oggi quel colpo è quasi scomparso: i migliori lo usano sporadicamente, perchè il gioco moderno premia soluzioni più aggressive o difensive estreme.

Dati statistici e tendenze

  • Nei tornei moderni (soprattutto su erba e hard veloci), la percentuale di punti vinti sul primo servizio dai top player spesso supera il 70-75% in partite chiave.
  • Le percentuali di ritorno sul primo servizio si aggirano tipicamente intorno al 30-35% per i migliori del mondo.
  • Storicamente (dati ATP dal 1991 in poi), il dominio del servizio è aumentato: negli anni ’90 più giocatori mantenevano percentuali altissime di game vinti sul servizio; oggi il divario tra servizio e risposta si è accentuato con l’evoluzione dell’attrezzatura.
  • Nella finale Wimbledon 2026, Sinner ha mantenuto il servizio per l’intera partita e ha convertito break points in modo decisivo nei set finali, confermando il trend. Queste cifre non sono solo merito dei giocatori: riflettono anche un ambiente in cui l’attrezzatura favorisce chi serve forte e chi riesce a generare potenza dai propri swing anche se spesso molti giocatori sono costretti a indietreggiare fino ai teloni di fono campo.

Conclusioni: verso un nuovo equilibrio?

La scomparsa della risposta bloccata non è solo una questione di stile: è anche una conseguenza fisica e tecnologica. Racchette più leggere e corde rigide hanno reso il tennis più spettacolare nei rally da fondo, ma hanno ridotto gli strumenti difensivi/neutralizzanti efficaci contro il servizio.
Forse è il momento di riflettere su:

  • Regolamentazioni sull’attrezzatura (peso minimo, rigidità delle corde)?
  • insieme a un ritorno all’insegnamento più sistematico della tecnica compatta nelle accademie?

Il tennis di alto livello ha bisogno di un equilibrio tra potenza del servizio e capacità di risposta efficace. Altrimenti, il “big serve” continuerà a dominare in modo sempre più unilaterale. Fonti principali: statistiche ATP/Wimbledon, analisi storiche sull’evoluzione delle racchette, principi di fisica applicati al tennis (momentum e impulso). Il dibattito sull’attrezzatura è aperto da anni tra coach, giocatori e produttori.
Cosa ne pensi? La risposta bloccata può tornare o è destinata a rimanere un ricordo dell’era pre-poliestere?

sabato 6 giugno 2026

Tennis. Il mito del "è tutto mentale". Ma non è la testa, è il corpo. Stiamo facendo un danno enorme ai ragazzi

 


Il mito del “è tutto mentale”


Nel tennis contemporaneo esiste un mantra quasi obbligatorio: «Alla fine è tutto nella testa». I campioni lo ripetono nelle interviste, i commentatori lo usano per spiegare crolli improvvisi, gli allenatori lo citano come spiegazione universale. Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer, Jannik Sinner e tanti altri hanno raccontato come abbiano dovuto lavorare duramente sul proprio “gioco mentale” per raggiungere la vetta.  le pubblicità su i media lo riprendono come soluzione magica e semplice ma spesso indefinita.


Questa narrazione è potente e in parte vera. La capacità di gestire la pressione, accettare gli errori, mantenere la concentrazione per ore e tornare a giocare bene dopo un set perso o una sconfitta sono elementi decisivi ad alto livello. Tuttavia, trasformarla in un dogma assoluto, «se sbagli è perché sei debole mentalmente», diventa fuorviante, e, per molti giocatori, persino dannoso.


Ci sono diversi motivi per cui il mito è così diffuso.


- Cultura tennistica: il tennis è uno sport individuale estremo. Non ci sono compagni su cui scaricare la colpa o con cui dividere le responsabilità. Quando si perde, lo sguardo si rivolge inevitabilmente verso l’interno, verso noi stessi.

- Storie dei campioni: i racconti di recuperi epici e imprese assolute (Nadal al Roland Garros, Djokovic che rimonta due set) enfatizzano la resilienza psicologica, rendendola più affascinante e vendibile di un banale aggiustamento tecnico.

- Semplicità apparente: dire «è nella testa» è facile. Non richiede analisi video, sensori biomeccanici,  conoscenze di cinematica o approfondimenti tecnici esecutivi. È una spiegazione pronta all’uso.

- Industria del mental coaching: libri, app e psicologi sportivi hanno tutto l’interesse a posizionare il mentale come fattore decisivo e risolvibile con i loro metodi.


I limiti di questa visione sono evidenti


Il problema principale è che trasforma una conseguenza in una causa. Sembra che molti “crolli mentali”  nascano dal nulla nella testa del giocatore, sembra che non siano attivati da un corpo o una tecnica che, sotto pressione o in certe circostanze di gioco, rivelano le proprie inefficienze.


Quando un tennista perde fiducia, spesso non è perché ha improvvisamente deciso di dubitare di sé o del suo gioco. È perché il suo impatto è diventato inconsistente, più difficoltoso, meno efficiente: la palla non esce come in allenamento, il timing si altera, la racchetta trasmette sensazioni spiacevoli. Il cervello, razionalmente o meno, registra ed elabora un messaggio «non sto controllando la situazione» e attiva le risposte di stress. A quel punto entra in scena la tensione, il grip stretto, il respiro corto e il circolo vizioso è servito. Inizia un classico feed back "ricorsivo positivo" tipico dei sitemi complessi: la causa innesca un effetto che alimenta la causa che ingigantisce l'effetto.


Esempi:

- Il giocatore che “non ha più il servizio” nei tié-break: spesso non è panico puro, ma una coordinazione gambe-braccio che collassa sotto adrenalina. Il corpo non genera più potenza dal basso quindi il braccio forza l'esecuzione che diviene meno fluida questo innesca un blocco apparentemente “mentale”.

- L’amatore che sbaglia tutti i rovesci lunghi nel terzo set: analisi video rivelano quasi sempre un posizionamento tardivo dei piedi o una mancanza di rotazione del tronco che, a ritmo lento in allenamento, non si notava ma in condizione di partita si esaspera.

- Atleti che migliorano drasticamente dopo un cambio di esecuzione biomeccanica: molti raccontano «pensavo di avere un blocco mentale, invece era solo un movimento sbagliato che emergeva in partita».


Questa attribuzione esclusiva al mentale porta a due conseguenze negative:

1. Il giocatore si colpevolizza («sono fragile», «non ho carattere»), peggiorando ulteriormente l’autostima.

2. Si investe tempo e denaro in sessioni psicologiche senza risolvere la causa scatenante, ottenendo risultati parziali o temporanei.


Un equilibrio più onesto


L’aspetto mentale è fondamentale, ma non è indipendente dal corpo. È embodied: emerge dall’interazione tra stato fisico, feedback sensoriale e interpretazione cerebrale. Riconoscere questo non diminuisce il valore del lavoro psicologico (routine pre partita, respirazione, cambiare il proprio modo di approcciare la partita e degli errori (reframing), ma lo rende più efficace, perché è sostenuto da una biomeccanica solida.


In sintesi, dire «è tutto mentale» è come affermare che una macchina da corsa ha perso perché il pilota non aveva abbastanza grinta, ignorando che il motore aveva una messa a punto sbagliata. Il pilota conta tantissimo, ma senza un’auto che risponde bene sotto sforzo, la sua grinta serve a poco.


La biomeccanica come radice del problema


Mentre nel tennis si parla incessantemente di “forza mentale”, “resilienza” e “gestione della pressione”, spesso si trascura un fatto fondamentale: **molti problemi che percepiamo come mentali nascono prima di tutto da un’inefficienza biomeccanica**. Non è una negazione dell’importanza della psicologia, ma un rovesciamento della sequenza causale più realistico e utile.


Cosa intendiamo per “inefficienza biomeccanica”


Si tratta di piccoli (o grandi) errori tecnici che impediscono un impatto ottimale della palla con la racchetta. I più comuni sono:


- Timing tardivo dell’impatto quando la palla viene colpita troppo indietro;

- Timnig troppo anticipato quando la palla viene colpita troppo in avanti (spesso trascurato da allenatori e maestri porta con sé una conseguenza semplice: l'impatto avviene quando il braccio-racchetta ha iniziato la fase di chiusura);

- Mancanza di rotazione del "core", delle anche e delle spalle (catena cinetica interrotta: il braccio deve compensare con forza muscolare bruta);

- Postura instabile o spostamento del peso scorretto, conseguente mancanza di equilibrio e catena cinetica inefficiente.

- Compensazioni varie: spalle alzate, gomito troppo alto, grip eccessivamente stretto, impugnature non adatte.

- Movimento preparatorio inefficiente: backswing troppo lungo, scoordinato o che non sfrutta bene la forza gravitazionale potenziale verso il basso.


Queste inefficienze non sono solo “brutte abitudini”. Hanno conseguenze fisiche immediate e misurabili:

- Minor potenza e controllo.

- Maggior numero di palle non colpite al centro 

- Maggiore dispendio energetico.

- Aumento del rischio di infortuni (gomito, spalla, schiena, anche).

- Feedback sensoriale negativo dalla racchetta: la palla non “esce” pulita, la racchetta vibra, la palla perde velocità o non prende la rotazione prevista.


Un tennista con questi problemi può giocare benissimo in allenamento a ritmo lento, ma sotto pressione, quando il tempo di reazione si riduce gli automatismi non sono ancora consolidati le inefficienze emergono prepotentemente.


Dal fisico alla mente: la sequenza reale


1. Inefficienza tecnica: colpo debole o inconsistente.

2. Feedback sensoriale povero : “brutte sensazioni all'impatto”, la palla finisce spesso in rete o fuori di poco, colpi non centrati o colpiti con il telaio.

3. Frustrazione immediata e dubbio: «Non sto controllando la palla».

4. Reazione psicologica: tensione muscolare, respirazione alta, focus eccessivo su se stessi, paura di sbagliare di nuovo.

5. Peggioramento della tecnica: il corpo si irrigidisce ulteriormente, il timing collassa ancora di più, le imprecisioni aumentano.


A questo punto il giocatore potrebbe pensare: «Ho un problema mentale». In realtà ha un problema meccanico che ha attivato il circolo vizioso.


Esempi concreti:

- Il classico “rovescio che trema in partita”: spesso non è paura, ma un impatto senza rotazione adeguata delle anche o delle spalle. Il corpo compensa con il braccio → palla corta → frustrazione → tensione → rovescio ancora peggiore.

- Problemi di servizio “nervoso”: molte volte derivano da una coordinazione scapolo-omerale scorretta o da una spinta con le gambe insufficiente, da un tentativo di schiacciare la palla muscolarmente con il braccio. Il corpo non genera la potenza di rotazione e dal basso → il braccio forza → ansia da prestazione, blocco psicologico (yips).

- Giocatori che “perdono il dritto” nei momenti decisivi: le analisi video mostrano quasi sempre un piede di appoggio bloccato o una rotazione incompleta che emerge solo quando la pressione sale. La ricerca ansiosa del vincente porta a un anticipo eccessivo e muscolare. 


Studi di biomeccanica del tennis (tra cui il lavoro di Bruce Elliott e colleghi) hanno dimostrato che una tecnica efficiente riduce lo stress muscolare del 20-30% e aumenta la consistenza di gioco. Quando questa efficienza manca, il corpo manda continuamente segnali di “allarme” al cervello, che li interpreta come incapacità personale.


Perché è più facile partire dal corpo


Correggere prima la biomeccanica offre un vantaggio enorme infatti il feedback sensoriale positivo arriva immediatamente. Quando l’impatto diventa più pulito, la racchetta “canta”, la palla viaggia con il controllo desiderato, le sensazioni sono buone, la fiducia ritorna in modo naturale, senza bisogno di discorsi motivazionali. Il circolo vizioso si inverte in circolo virtuoso.


Questo approccio non elimina la necessità del lavoro mentale, ma lo rende molto più efficace: è più facile gestire la pressione quando il corpo ti dà conferme positive anziché segnali di fallimento continui.


L’embodied cognition nel tennis. Come il corpo modella la mente (e viceversa)

“ La mente non comanda il corpo”, ma “corpo e mente sono uno”


Nella visione tradizionale del tennis si tende a separare nettamente l’aspetto tecnico (corpo) da quello mentale (testa). L’embodied cognition (cognizione incarnata o incorporata ) ribalta questa prospettiva: i processi cognitivi di percezione, anticipazione, decisione, emozione e fiducia non sono confinati nel cervello, ma emergono dall’interazione tra corpo, movimento e ambiente. 


Come sintetizza Margaret Wilson, la cognizione è collegata alle situazioni (*time-pressured*), orientata all’azione e profondamente influenzata dallo stato corporeo. Nel tennis, questo significa che il tuo modo di muoverti e impattare la palla non è solo “esecuzione”: modella letteralmente come vedi il campo, come anticipi l’avversario e come ti senti durante il match.


Perception-Action Coupling (PAC): il cuore del gioco


Uno dei concetti centrali è il perception-action coupling (accoppiamento percezione-azione). Nel tennis non percepiamo prima e agiamo dopo: le due cose accadono in modo simultaneo e ricorsivo. 


Un tennista esperto non “calcola” la traiettoria della palla come un computer. Usa il proprio repertorio motorio per leggere le indicazioni posturali dell’avversario (rotazione delle anche, posizione della racchetta, inclinazione delle spalle) e genera una risposta motoria direttamente calibrata. Il corpo “sa” cosa significa quel movimento perché lo ha eseguito migliaia di volte. 


Esempio pratico:  

Immagina una risposta al servizio. Un principiante vede la palla e poi decide come muoversi. Un professionista, invece, inizia già il movimento preparatorio mentre l’avversario sta ancora caricando il servizio. Il suo corpo, attraverso l’esperienza senso motoria, “percepisce” il tipo di colpo che verrà eseguito (affordances, opportunità d’azione) che un principiante non vede: “posso aggredire questo servizio con un rovescio inside-out”. Questo non è pensiero astratto: è cognizione embodied.


Studi sugli sport di racchetta mostrano che l’allenamento che coinvolge  percezione e azione è molto più efficace di un training solo percettivo (guardare video e rispondere verbalmente). Il corpo deve essere coinvolto per calibrare davvero la percezione.


Il feedback loop embodied: il circolo vizioso fisico-mentale


Ecco come l’embodied cognition spiega perfettamente il meccanismo che stavamo discutendo: un’inefficienza biomeccanica non è solo un errore tecnico, ma altera l’intero sistema cognitivo.


Diagramma del loop ricorsivo embodied:




Inefficienza biomeccanica

        ↓ (feedback sensoriale negativo)

Feedback corporeo scadente

(impulso “debole”, vibrazione, palla fuori)

        ↓

Alterazione della percezione & emozione

(«non controllo la palla», dubbio, tensione)

        ↓

Reazione psicologica embodied

(muscoli rigidi, grip stretto, focus interno eccessivo)

        ↓

Peggioramento della biomeccanica

(timing alterato, catena cinetica interrotta)

        ↑ (loop si chiude e si amplifica)


Questo è un positive feedback loop embodied: ogni giro rende il sistema più instabile. Un impatto tardivo o senza rotazione del core genera un feedback sensoriale povero → il cervello interpreta “non sono affidabile” → tensione muscolare → timing ancora peggiore. Il “problema mentale” (ansia, choking) è spesso la conseguenza visibile di questo loop, non la causa originaria.


Esempi concreti dal campo:

- Sabalenka prima della svolta tecnica: problemi di servizio con yips (blocco mentale). Molti analisti hanno sottolineato come la correzione biomeccanica del servizio abbia risolto gran parte del problema “mentale”. Il corpo ha iniziato a mandare feedback positivi → fiducia embodied è tornata.

- Giocatore amatoriale (rovescio): impatto in ritardo e senza rotazione delle anche → palle corte o in rete → frustrazione → spalle contratte e braccio rigido → rovescio ancora peggiore. Cambiando il timing e aggiungendo rotazione, spesso l’“ansia da rovescio” scompare senza lavoro psicologico specifico.

- Anticipazione sotto pressione: quando il corpo è teso, la propriocezione si altera e gli indicatori (i cue) dell’avversario diventano più difficili da leggere. Il loop riduce la capacità di perception action coupling (accoppiamento percezione azione), facendo sembrare l’avversario “imprevedibile”.


#Implicazioni per l’allenamento e la performance


L’embodied cognition suggerisce un approccio “bottom-up” (dal corpo alla mente):

- Privilegiare drill live con feedback immediato invece di troppe istruzioni verbali.

- Usare video analysis non solo per la tecnica, ma per osservare come cambia la percezione quando la biomeccanica migliora.

- Allenamenti “no-thought” o con focus esterno (es. “colpisci verso il bersaglio”) per lasciare che il sistema embodied funzioni senza interferenze coscienti.


In sintesi, nel tennis la mente non fluttua sopra il corpo: emerge dal corpo in azione. Migliorando l’efficienza biomeccanica non si corregge solo i colpi, ma si ristruttura la percezione, l’anticipazione e la fiducia in se stessi. È uno dei motivi per cui coach specializzati in biomeccanica spesso “guariscono” problemi psicologici apparentemente irrisolvibili.


Perché questo approccio è fondamentale soprattutto per i ragazzi


Nel tennis giovanile il mantra «è tutto nella testa» è particolarmente pericoloso. Un bambino o un adolescente che sbaglia ripetutamente un colpo non ha ancora la maturità emotiva per distinguere tra un limite tecnico e un presunto limite caratteriale. Quando gli si ripete che «deve essere più forte mentalmente», il messaggio che interiorizza troppo spesso è: «Sono io come persona che non vado bene» e non "è la mia tecnica che non va bene".


Il rischio di una responsabilizzazione eccessiva


I ragazzi tra i 8 e i 16 anni stanno ancora costruendo la propria identità sportiva e personale. Dire loro che i problemi in campo dipendono principalmente dalla testa produce tre effetti dannosi:


1. Sfiducia in se stessi  

   Invece di pensare «devo migliorare il timing del rovescio», pensano «non sono abbastanza forte e/o coraggioso e/o concentrato». Questa attribuzione interna stabile («è un mio difetto») è uno dei fattori più forti nello sviluppo dell’ansia sportiva e del burnout.


2. Pressione psicologica eccessiva  

   Il giovane si carica di una responsabilità enorme: deve “gestire la testa” in un’età in cui il sistema nervoso e la capacità di autoregolazione emotiva sono ancora in via di sviluppo. Il risultato è spesso tensione cronica, paura di sbagliare e, paradossalmente, un peggioramento della performance.


3. Abbandono precoce 

   Molti talenti promettenti mollano il tennis tra i 13 e i 17 anni non perché “non hanno carattere”, ma perché vivono il gioco come un continuo esame psicologico in cui si sentono inadeguati. Studi sul dropout nel tennis giovanile mostrano che la percezione di fallimento personale è uno dei predittori più forti.


Il vantaggio di partire dalla biomeccanica


Insegnare prima l’efficienza del movimento offre ai ragazzi un percorso molto più sano e motivante:


- Feedback concreto e immediato  

 Correggendo il posizionamento dei piedi o la rotazione delle anche, il ragazzo vede e sente subito che la palla esce meglio. Questo rinforzo positivo è tangibile, misurabile e non dipende da una astratta “forza di volontà”. La fiducia cresce in modo naturale, dal corpo alla mente.


- Responsabilizzazione sana  

 Il messaggio diventa: «Non è che sei scarso, è che questo movimento non è ancora ottimizzato». Si sposta il focus dal giudizio sul carattere al miglioramento di una competenza tecnica, esattamente ciò che un ragazzo può controllare con l’allenamento.


- Prevenzione degli infortuni e del burnout  

 Una tecnica efficiente riduce lo stress articolare e muscolare. Un ragazzo che gioca senza compensazioni forzate si diverte di più, si infortuna meno e mantiene la passione più a lungo.


- Sviluppo psicologico indiretto ma potente  

  Quando il corpo funziona meglio, il “problema mentale” spesso si riduce o scompare senza bisogno di interventi psicologici pesanti. Il ragazzo impara che può migliorare attraverso il lavoro concreto, costruendo un luogo di controllo (locus of control) interno e sano, nonché un percorso di crescita tangibile («se mi impegno sulla tecnica, miglioro»).


Esempi dal campo


- Un under 12 che “perde la testa” sul match point spesso ha semplicemente un servizio con spinta delle gambe insufficiente. Correggendo la biomeccanica del servizio in poche settimane, molti coach vedono sparire completamente il nervosismo.

- Ragazze adolescenti con rovescio a una mano che “trema” in partita: nella stragrande maggioranza dei casi non è mancanza di coraggio, decisione o sangue freddo, ma mancanza di rotazione del tronco e timing dell’impatto. Una volta sistemato il movimento, la fiducia ritorna da sola.

- Genitori e coach che passano dal “devi essere più aggressivo mentalmente” al “proviamo a caricare meglio le anche” notano che il ragazzo diventa più sereno, ride di più in campo e vuole continuare ad allenarsi.

La concentrazione viene spostata da un elemento astratto poco definibile a un processo tecnico concreto.


Un nuovo modo di educare nel tennis giovanile


I coach e i genitori che adottano questo approccio ottengono risultati migliori sia a breve che a lungo termine:

- Tecnica più solida (base per un futuro da agonista o da appassionato)

- Autostima più stabile

- Minore rischio di abbandono

- Divertimento più grande e il divertimento è il vero motore della crescita nel tennis giovanile


Conclusione 

Non si tratta di negare l’importanza dell'aspetto mentale "puro". Si tratta di non caricarne tutto il peso sulle spalle di chi sta ancora crescendo. Partire dal corpo è più rispettoso dello sviluppo del ragazzo, più efficace e, alla fine, più umano. Perché un bambino che impara che può migliorare toccando con mano i progressi del proprio movimento è un bambino che impara a fidarsi di sé stesso, non solo nel tennis, ma nella vita.


giovedì 26 marzo 2026

La naturalezza e le forme dell’intelligenza: Jannik Sinner come un’esperienza scientifica.

  


Scritto per Livetennis.

    Vedere giocare Jannik è ormai sia un piacere che un’abitudine per tutti. In me il piacere si unisce a una soddisfazione personale per il tempo dedicato a questo sport e a quel mondo culturale e scientifico che mi ha permesso di intravedere le sue dinamiche di crescita e di sviluppo in ambito tennistico e sportivo. Comprendere lo sviluppo di un giocatore e vedere le sue abilità che crescono e si ramificano in forme complesse di gioco partendo da un principio semplice è qualcosa che da soddisfazione. Una soddisfazione che supera ogni forma metafisica di comprensione. Jannik Sinner non è un’esperienza religiosa, è il simbolo di come la cultura e determinati principi scientifici ci permettano di capire il mondo che ci circonda e forniscano le chiavi di interpretazione di come accadono le cose, come avvengono certi fenomeni. Perché sono fenomeni. Sinner è un fenomeno. La scienza spiega perché questo è accaduto a Sinner e non ad altri. Non starò qui a scrivere come certi colpi siano fuori dalle leggi fisiche, perché ne sono assolutamente compresi, ne fanno parte e la loro comprensione è nettamente più bella della loro ammirazione estatica.

    Sinner in questo inizio di stagione, dall'Australian Open, ha avuto qualche periodo di calo in cui il suo tennis non è stato all'altezza di quello espresso in passato ma la stagione è lunga e gli avversari molto ostici. Non è facile, forse addirittura impossibile, mantenere la stessa costanza di rendimento per l'intero anno. A Indian Wells lo abbiamo rivisto tonico, reattivo, determinato e lo stesso sta facendo nelle prime partite a Miami, al contrario di Alcaraz che è inciampato in due sconfitte sulla carta inaspettate, ma la stagione è lunga, gli avversari ostici, ed è difficile mantenersi costanti sul limite alto il rendimento, vale anche per lo spagnolo.

    Jannik sta anche mostrando un rinnovato gioco di volo e ottime capacità di tocco nelle volée e nelle palle corte, le quali sono il segno di un continuo apprendimento tecnico dell'italiano, che sembra seguire, con determinazione, un percorso di crescita e apprendimento che possiede qualcosa di bello in sé. Ormai non è più un potentissimo e solido giocatore di fondo, sta diventando un giocatore a tutto campo, inoltre il suo servizio è cresciuto con costanza nel tempo: maggiore percentuale di prime, più punti dal servizio.

    E' un fatto mentale che Sinner riesca a raggiungere certi livelli assoluti di rendimento ed altri no? Non pochi ritengono di sì, ma nello sport, così come nel tennis, la parola mente è, a volte, abusata e usata con leggerezza, anche dagli stessi atleti. La spiegazione infatti rischia di rimanere astratta e di non fornire indicazioni concrete sul come alcuni riescono ed altri no, nonostante l'impegno profuso negli allenamenti sia lo stesso. Gli atleti dentro di loro lo sanno.

L'intelligenza, umana e non solo, è estremamente connessa con gli strumenti a disposizione. Le abilità pertanto si acquisiscono e si migliorano proprio in relazione agli strumenti utilizzati, e il corpo umano non è che uno strumento utilizzabile dalla mente.

"Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido".

    La frase, attribuita ad A. Einstein, fa al caso nostro, infatti ogni parte del nostro corpo (le mani, le braccia, le gambe, i polmoni, le stesse funzioni metaboliche, il vo2max, la soglia aerobica e anaerobica) sono strumenti che ci permettono di svolgere determinati compiti. Se gli strumenti hanno del potenziale in più in relazione a determinate funzioni questa semplice realtà può permettere di acquisire maggiori abilità, con il tempo e l'allenamento. Uno scricciolo e un'aquila hanno entrambi le ali, sono entrambi uccelli, impareranno entrambi a volare, ma il primo svilupperà capacità di voli brevi tra rami fitti e cespugli, l'aquila si librerà in alto in voli lunghi, planate e picchiate velocissime. Svilupperanno due intelligenze di volo diverse in relazione ai propri strumenti, come se l'intelligenza stessa fosse parte integrante delle forme a disposizione.

    E' un problema mentale? Certamente sì, ma è anche strettamente connesso alle proprie caratteristiche fisiche, in modo inscindibile. La situazione non è diversa nel mondo dello sport dove ogni disciplina è strettamente collegata a determinate caratteristiche personali, ma quelle richieste da un disciplina sono diverse da quelle richieste da un'altra, proprio come nel caso dello scricciolo e dell'aquila. Le prestazioni di un fondista saranno maggiormente influenzate dalle potenzialità del suo vo2max, quelle di un velocista dalla sua esplosività muscolare. Un nuotatore potrebbe essere avvantaggiato dalla sua leggerezza a parità di volume. Abilità diverse vanno di pari passo con caratteristiche e strumenti diversi che sono maggiormente adatti allo scopo.

    Non si tratta solo di un vantaggio immediato (una naturalezza e una facilità innata con cui si svolgono certe attività, come si eseguono determinati colpi nel tennis per esempio) ma anche dell'apertura alla possibilità di crescita atletica e tecnica, nonché all'acquisizione di abilità strategiche nella gestione della competizione e nella distribuzione delle proprie forze.

    Questo è anche il motivo principale per cui ritengo Jannik Sinner un giocatore più naturale di Carlos Alcaraz: lo spagnolo, per giocare il suo splendido tennis, ha bisogno di una esplosività fisica e tecnica maggiore dell'italiano questo lo espone a periodi di calo in cui può essere messo in difficoltà da giocatori in buona forma, come accaduto con Medvedev a Indian Wells e con Korda a Miami.

Al contrario Sinner possiede delle caratteristiche che gli permettono una maggiore facilità esecutiva la quale gli consente di tenere un livello alto di ritmo, velocità e rotazione dei propri colpi con più semplicità: un po' meno sforzo e dedizione tecnica. Questo apre la strada a una gestione diversa delle partite, dei tornei e dei carichi di lavoro.

    Certe caratteristiche a volte semplici, se non semplicissime, non hanno solo implicazioni dirette nella crescita di uno sportivo ma hanno anche la capacità di influire su aspetti mentali puri: rendono più sicuri in campo, meno nervosi, più tranquilli perché rendono gli atleti più consapevoli delle proprie possibilità.
C'è anche un riflesso su aspetti sociali e umani perché disinnescano le emozioni negative, smussano l’invidia, sgretolano l’acredine e lasciano un sana ammirazione sportiva anche tra atleti.

    La comprensione profonda lascia solo emozioni positive: l’ammirazione della la bellezza e della diversità delle forme. Jannik è Jannik. Solo lui può giocare così, ma non a causa di incomprensibili astrattismi, bensì per mezzo degli strumenti che utilizza e i primi strumenti di uno sportivo sono quelli del proprio corpo. Perché Jannik è Jannik? Perché nessuno può imitarlo? Sono le sue specificità a renderlo un fuoriclasse.

mercoledì 12 marzo 2025

Semplificando il caso doping di Jannik Sinner

Semplifichiamo il caso Jannik Sinner:
2 categorie della normativa:
1. Nessuna negligenza
2. Negligenza non significativa.
Se sei nella prima categoria non ci sono sospensioni. Nella seconda sì.
I fatti sulla base di ciò che è nei documenti:
1. Sinner ha uno staff che ha firmato un contratto in cui si impegna a rispettare le normative antidoping. Sono degli esperti e si assumono anche la responsabilità del settore doping.
2. Sinner viene contaminato dal clostebol in modo indiretto. Un collaboratore usa uno spray e poi lo massaggia.
3. Sinner (è nei documenti) aveva chiesto se per la ferita il massaggiatore usasse qualche prodotto, ricevendo risposta negativa.
Sinner viene trovato positivo di una quantità talmente piccola che è compatibile con l'assorbimento per contatto epidermico. Tutti gli altri test di Sinner sono negativi nell'arco dell'anno.
Il Tribunale Indipendente trova Sinner innocente. Per loro il caso rientra nella fattispecie n.1 Sinner non poteva fare niente di più di quello che ha fatto per evitare di essere contaminato per contatto epidermico.
Wada fa ricorso. Sostenendo il principio della responsabilità oggettiva.
Il principio della responsabilità oggettiva non implica che il giocatore è sempre responsabile per lo staff, altrimenti non esisterebbe la categoria 1. I giocatori sono sempre responsabili punto. La responsabilità oggettiva prevede l'inversione dell'onere della prova. L'Atleta è sempre responsabile fino a prova contraria. Infatti anche nella regolamentazione antidoping esistono delle circostanze in cui l'atleta può essere sollevato da responsabilità.
Il ricorso Wada può essere interpretato solo entrando nel merito della questione e non come un ricorso di principio (categoria più morale che giuridica).
Il Cas/tas avrebbe dovuto valutare se Sinner avesse compiuto tutte le azioni possibili e realistiche per evitare la contaminazione. Cosa avrebbe potuto fare Sinner oltre a quello che ha fatto? Nulla. Nulla di realistico e di fattibile, se non sottoporre a test il proprio staff
Il caso Sinner ricade chiaramente nella categoria 1. Nessuna negligenza nessuna colpa, perché non poteva fare nulla di più di quello che fece. Sinner è innocente.

lunedì 25 novembre 2024

Il tennis: misteri e segreti delle racchette

Dell’argomento racchette se ne parla da diverso tempo e recentemente Tony Nadal ha dichiarato che, per ridurre la velocità del gioco, si potrebbe ridurre la lunghezza delle racchette (una 26 pollici da bambini?). Ma andiamo per ordine. Le conclusioni saranno contro intuitive.

Tre sono le caratteristiche dell’attrezzatura che hanno cambiato il gioco nel corso degli anni.

I materiali compositi che hanno sostituito il legno.

La conseguente possibilità di ridurre il peso e allargare il piatto corde.

L’avvento delle corde mono filamento.

Queste tre novità tra loro interdipendenti hanno portato alle caratteristiche di gioco moderno e questo ha coinciso con una concentrazione statistica dei risultati su pochissimi giocatori (a livello Slam 66 titoli sono andati a 3 atleti, Djokovic, Nadal e Federer). Non è diversa la situazione dei Master 1000 dove questi tre atleti hanno fatto incetta di titoli: Novak Djokovic con 40, Rafeal Nadal 38 e Roger Federer 28. Andre Agassi è il più vicino ma staccato a 17 titoli vinti. Giocatori di livello del periodo precedente sono molto più distanti. Qualche esempio dal 1990: Pete Sampras 11, Thomas Mister 9, un ottimo Michael Chang 7 (lo cito non a caso), Jim Curier, Marcelo Rios e Boris Becker sono a 5 titoli vinti equiparabili ai Master 1000.

L’intenzione non è quella di mettere in dubbio i valori degli atleti ma quella di approfondire se il progressivo cambiamento dello strumento di gioco ha in qualche modo favorito la competitività di alcuni atleti diminuendo quella di altri, in base alle caratteristiche fisiche.

Abbiamo evidenziato quali sono stati i tre principali cambiamenti. La prima conseguenza è che il peso è stato ridotto ma riducendo il peso è stata ridotta la pesantezza del pendolo. Questa riduzione della massa venne compensata da un piatto corde più grande e quindi da una maggiore spinta elastica delle corde che si deformano di più ed hanno un maggiore effetto trampolino.

Questo ha dato facilità di gioco a tutti ma nel tennis di alto livello c’era un problema non da poco. La maggiore elasticità portava con sé una maggiore imprecisione di gioco, in quanto il piatto corde si deformava molto per una maggiore spinta ma il rilascio era impreciso, perché l’elastico è più lungo.

L’avvento del mono filo ha risolto il problema in 2 modi: l’elasticità della corda è minore ma le corde scorrono meglio l’una sull’altra con alcune conseguenze:

Una migliore precisione in uscita dal piatto corde.

Maggiori effetti per stringere gli angoli di gioco con il top spin, un aumento dei rimbalzi in altezza anch’esso dovuto alla maggiore rotazione. Uno studio del 2011 ha evidenziato che le corde in mono filamento riescono a imprimere alla pallina fino al 25% di rotazione in più (Rod Cross, Crawford Lindsey, The Physics of Tennis: Which Strings Generate the Most Spin?).

Quindi abbiamo:

Un pendolo molto più leggero, è stato tolto quasi il peso di 2 palline, e di conseguenza un momento angolare minore.

Un piatto più grande che permette di ridurre gli errori di molto.

Delle corde che in elasticità di spinta, per dare controllo con la rotazione, non compensano più la mancanza di pesantezza del pendolo.

Domande: è possibile che questi cambiamenti abbiamo progressivamente ridotto la competitività di certi giocatori i quali fanno sempre più fatica a competere aumentando le probabilità di vittoria di altri in modo tale da favorire la concentrazione di risultati a livello Slam e Master 1000?

E’ possibile che il tennis sia diventato più fisico per questo, implicando una crescita fisica degli atleti che sono diventati mediamente più alti e più robusti?

E’ possibile che i Beppe Merlo, i Michael Chang, gli Schwarzman, i Fognini abbiamo visto le loro probabilità di vittoria ridotte se non a scapito di sforzi fisici di gioco difficilmente sostenibili sul lungo periodo?

Giocando con un pendolo più leggero sono costretti ad andare più veloci con il braccio racchetta per avere lo stesso effetto di collisione.

Per questi motivi ritengo che accorciare la racchetta non sia la soluzione migliore poiché renderebbe il tennis ancora più dispendioso e fisico per tutti e sempre più insostenibile per molti.

Sarebbe preferibile agire sul piatto corde e paradossalmente mettere un peso minimo in modo da costringere i giocatori ad essere più tecnici e meno muscolari nell’azione?

Andiamo per estremi. Se togliessimo le racchette per tutti, se giocassimo a manate, chi riuscirebbe a giocare? Probabilmente qualcuno bello piazzato farebbe qualche dritto, ma pochissimi. Man mano che ridiamo l’attrezzatura vedremo che anche chi ha caratteristiche fisiche diverse riuscirà ad esprimere un gioco.

Una cosa è certa, prima di andare a toccare l’attrezzatura, racchette, palline è opportuno chiederci cosa vogliamo. Il rischio è quello di lasciare il gioco a poche persone adatte a quell’ambiente di gioco, riducendo di fatto la competitività. Come sembra sia accaduto in questi ultimi 20 anni.

Esiste anche un problema di sicurezza, infatti anche tra gli atleti di élite non sono rari gli infortuni ai gomiti, le spalle e i polsi. Gli infortuni dipendono, ovviamente, anche dalla predisposizione fisica degli atleti ma possono essere favoriti anche da un gioco sempre più muscolare, corde meno elastiche, racchette più leggere e rigidità dei telai più elevata.

Djokovic si operò al gomito nel 2018, Nel 2014 Nadal si infortunò al polso destro e rientrò dopo essere stato fermo 3 mesi. Juan Martin del Potro subì anche lui infortuni a entrambi i polsi che lo costrinsero ad operarsi. I dolori al polso di Dominic Thiem e la conseguente operazione ne hanno condizionato il tennis e la competitività spingendolo forse al ritiro. I problemi alla spalla di Daniil Medvedev lo costringono a scendere compromessi con il movimento del servizio. Si potrebbe continuare ma sembra evidente che anche tra i giocatori di livello i problemi alle articolazioni più sollecitate presenti e non poco.

Cosa è successo nello sci alpino: un’attrezzatura più difficile costringe a una migliore tecnica esecutiva.

Un cambiamento forse ancora più rivoluzionario è avvenuto nello sci alpino con l’introduzione della sciancratura degli sci. Sostanzialmente si tratta di una forma particolare dello sci il quale è più largo nella zona della punta e della coda e più stretto al centro. Questo permette allo sci di avere un arco di curva ideale descritto da un raggio. Ci possono essere sci con raggio 14 metri, 18 metri o 20 metri. Gli sci dritti di una volta non hanno un raggio di curva né, quindi, un arco ideale. Questo cambiamento ha consentito a tutti di sciare con sforzo fisico minore e di poter gestire lo sci anche se la tecnica non è eccelsa. Era molto più difficile far girare un paio sci di una volta lunghi 2 metri, rispetto a quelli più e sciancrati di oggi, specialmente tra i pali stretti.

Nelle gare di coppa del mondo si è ritenuto opportuno intervenire con dei regolamenti che limitassero la sciancratura a seconda delle discipline (Speciale, Gigante, Super G). Sostanzialmente gli sci da gara, consentiti dal regolamento, sono un po’ più vicini agli sci classici, non per questo non sono moderni. Nello slalom speciale lo sci è evidentemente moderno ma anche qui c’è un regolamento e ci sono dei limiti di misure e rialzi.

L’intervento aveva un duplice scopo: da un lato la sicurezza degli atleti, dall’altro cercare di far emergere la migliore tecnica. Gli sci sciancrati hanno infatti un rilascio in uscita di curva molto dinamico che può essere difficilmente gestibile ad alte velocità e inoltre aumentano la possibilità di spigolare, condizione per cui lo sci fa presa con la lamina sulla neve e segue il raggio di curva della sua struttura aumentando il rischio di cadute.

E’ inoltre, a mio parere chiaro, che uno sci meno sciancrato e un po’ più lungo, per la sua difficoltà intrinseca implica una tecnica migliore nella gestione della curva. Di fatto non può essere girato di forza o di trazione.

Potrebbe essere possibile anche nel tennis introdurre un regolamento per le competizioni che abbia una duplice finalità: salvaguardare maggiormente la salute degli atleti e stimolare una migliore tecnica esecutiva?

Personalmente credo di sì, ma le racchette dovrebbero essere “più difficili” e non “più facili” imponendo la necessità di “oscillare” in decontrazione (swing) e riducendo la possibilità di agire con trazione muscolare.

I segreti del dritto di Jannik Sinner

Una chiara oscillazione a 1 pendolo. Non c'è uso del polso, non c'è rotazione dell'avambraccio, se non dopo l'impatto. Il punto di rotazione è alla spalla e ogni singolo punto di massa sfrutta il raggio al quadrato (ovale della racchetta compreso). Se si rilascia troppo presto è opportuno sapere che l'oscillazione in doppio pendolo è caotica, pertanto il rischio è perdere precisione e timing. Inoltre il raggio dell'oscillazione diminuisce e il raggio nel momento di inerzia è una variabile al quadrato, pertanto la massa all'impatto dovrà essere moltiplicata per un raggio minore al quadrato. Nel secondo fotogramma si vede chiaramente il follow through dell'intero braccio racchetta con la pallina già fuori dal piatto corde, infatti il braccio è sempre nella stessa posizione.






martedì 19 novembre 2024

La mano di Rod e la divulgazione scientifica.

Quando si parla di divulgazione scientifica è opportuno tenere a mente che più è ampio il numero degli individui che si vuole raggiungere e maggiore è la semplificazione che bisogna fare dei concetti da esporre. Questa condizione comporta il rischio di perdere fedeltà e diventare troppo semplicistici. E’ un rischio che è opportuno correre, prestandoci attenzione, perché il vantaggio e l’obiettivo sono quelli di riuscire a stimolare una curiosità che invoglia ad approfondire in altre sedi con maggiore complessità e precisione.
Quando si parla di sistemi complessi e di caos è opportuno fare riferimento a quelle che vengono definite come “le condizioni iniziali sensibili”. Sono variabili che influenzano in modo macroscopico un sistema nella sua evoluzione. Senza entrare nel merito dei sistemi lineari e non lineari, ci sono appunto altre sedi, quello che merita essere evidenziato è che certe variabili in alcuni sistemi ne influenzano l’andamento in modo completamene diverso. Si può definire che tale diversità è un’andamento caotico in quanto diversissimo da quella che è la normalità di sviluppo. La difficoltà risiede nel comprendere quali sono queste variabili e in relazioni a quali sistemi agiscono, è una sfida per le società moderne.
La bellezza dell’allegoria che percorre tutto il romanzo (La mano di Rod. Il tennis e le scienze del caos) risiede proprio qui ed apre molteplici chiavi di lettura sul valore della conoscenza.
Avevo in mente quali potessero essere le variabili che influenzano il “sistema tennista” (mi perdoneranno gli atleti se li tratto in modo asettico) dovevo vedere se ce ne fosse stata una più influente delle altre e se fosse stata abbastanza piccola da poter essere considerata un “effetto farfalla”.
Ho messo insieme alcuni elementi, uno scrittore romano (Tacito), la fisica, un pizzico di genetica e l’evoluzione: tutto assumeva una linearità di una bellezza limpida.
Dovevo scegliere l’effetto farfalla, ovvero quella variabile che, se presente, poteva innescare cambiamenti macroscopici a lungo termine. Ora siccome la massa nel momento di inerzia “sfrutta” il quadrato della distanza dall’asse di rotazione non ho scelto la lunghezza del pendolo, ma l’ultima parte del corpo umano, quella che è la più lontana da ogni asse di rotazione naturale del nostro corpo (spalla, gomito, pronazione, supinazione dell’avambraccio). L’ho messa nel titolo. Il segreto in copertina.
Non me lo sono inventato di sana pianta c’è un approccio scientifico letterario dietro non è lo psicopatico o il mostro di turno dei libri Stephen King. Quando si sveglierà l’editoria editoria dal suo torpore ideologico?

venerdì 25 ottobre 2024

Come ho visto il tennis e il coaching in campo

La conoscenza è dipendente dall’osservatore. Da un lato perché l’osservazione è vincolata al punto di vista di chi osserva e dall’altro perché l’osservatore stesso può interagire nel momento dell’osservazione con ciò che osserva, modificandone le dinamiche.

Cambiare punto di vista da cui si osserva un problema rende la conoscenza più oggettiva.  Si tratta della versione razionale dell’empatia con cui ci si mette nei panni dell’altro: “try to walk in my shoes”, “prova a metterti nei miei panni”. 

Questo non implica che non esista una conoscenza oggettiva e che sia tutto relativo, ma che per raggiungere una sapere accurato è opportuno approfondire in modi diversi e con consapevolezza ciò che viene analizzato.

Possiamo vedere la stessa montagna e vederla con forme diverse semplicemente perché la osserviamo da luoghi diversi. La montagna è sempre la stessa le diverse visioni ne completano la profondità di analisi. E’ possibile che per spostarci sulla montagna e osservarla smuoviamo un sasso, inneschiamo un piccolo smottamento di ghiaia, la montagna sarà cambiata da noi che la osserviamo, non in modo sostanziale ma cambiata. Altri tipi di osservazioni, in altri campi, potrebbero modificarla in modo più macroscopico ed è opportuno tenerne conto, avere coscienza e consapevolezza di ciò che facciamo.

In questo modo ho osservato il tennis:cercando di uscire dagli schemi, spostandomi per vedere se c’era qualcosa di nascosto, che non si vedeva da altre posizioni. Sono salito sulla montagna per una via diversa e ho visto panorami diversi della e dalla stessa montagna.

In linea di massima il coaching in campo permetterà all’atleta di prendere coscienza di alcuni suoi aspetti di gioco che potrebbe trascurare dal suo punto di vista, in quanto coinvolto nell’azione. La conseguenza è che permetterà ai giocatori di migliorare e probabilmente alzerà il livello dello spettacolo e non credo che snaturi più di tanto l’aspetto psicologico del confronto, anzi potrebbe consolidarlo. In fondo spetta sempre al giocatore l’ultima scelta tra il ventaglio delle possibilità di azione, le quali aumenteranno solamente. 

martedì 30 gennaio 2024

Jannik Sinner il predestinato di Darwin e Wallace


Il modo di ragionare è semplice lo devo a Charles Darwin e Wallace. Quando il naturalista inglese si imbatté nell'orchidea cometa si chiese quale falena sarebbe stata in grado di impollinare un fiore simile. Ipotizzò che esistesse una falena con una spirotromba molto lunga.

Solo 41 anni dopo una farfalla con quelle caratteristiche fu trovata in Madagascar. La conferma definitiva arrivò addirittura più tardi con foto e filmati (1997, 2004). Si tratta della Sfinge di Morgan, la Xanthopan Morganii Praedicta.

Questo modo di ragionare può essere applicato a tutto anche agli sport. Se consideriamo il #tennis un ambiente di riferimento (grandezza del campo, palline, racchette, altezza della rete) ci sarà un giocatore con delle caratteristiche fisiche tali da avere un gioco di eccellenza.

Un giocatore con un peso dell'oscillazione tale e un momento angolare sufficiente da metterlo in condizione di vincere i tornei di più alto livello. Sviluppando un gioco complesso, vario e potente quando è necessario.

#Jannik #Sinner è la nostra Sfinge di Morgan, la nostra Xanthopan Morganii. Trovato dopo molti anni: 48 dopo lo Slam di Adriano Panatta e la prima Coppa Davis. #AO2024 #SinnerMedvedev #AO24.

Questo tipo di ragionamento va bene per ogni disciplina sportiva considerando che l'ambiente muta per ogni disciplina in quanto la disciplina stessa è l'ambiente. Da qui nasce la diversità e la complessità.

sabato 4 marzo 2023

Racchette da tennis e gaussiane


La velocità della racchetta a parità di forza applicata decresce all'aumentare del peso. Può essere rappresentata da una linea retta (in arancione). La velocità della pallina dopo la collisione, invece, è rappresentata più facilmente da una curva di Gauss o distribuzione normale (in azzurro). Ci sarà pertanto un punto ideale in cui la velocità della pallina è massima. In questo punto i valori di peso e velocità della racchetta saranno quelli con l'intersezione con la retta che rappresenta la velocità della racchetta (linea viola). 

Appare anche che lo stesso effetto sulla palla si può ottenere a volte con due soluzioni: una racchetta più pesante che si muove più lentamente e una racchetta più leggera che si muove più velocemente (segmenti in verde). L'area verde rappresenta un gruppo di valori ottimali che sono vicini al punto di massimo. Sia il punto di massimo che l'area ottimale non si hanno quando la velocità della racchetta o il peso sono massimi ma in una zona intermedia. 

Questo accade perché l'inerzia di un oggetto è data dalla massa per la velocità, pertanto la perdita di velocità può essere "compensata" dall'aumento della massa e viceversa. Le aree a destra e a sinistra dell'area verde sono da scartare in quanto l'effetto sulla palla non è ottimale: sul lato destro perché la racchetta seppur pesante ha una velocità troppo ridotta. Sul lato sinistro perché, nonostante la velocità elevata della racchetta, il peso è troppo ridotto. Una racchetta che pesa come una piuma non avrà nessun effetto sulla palla e lo stesso vale per un oggetto troppo pesante che non può essere accelerato.

Ora l'idea alla base del romanzo "La mano di Rod" era:  "cosa accadrebbe se qualcuno fosse in condizione di far giocare un gruppo di giocatori all'interno dell'area verde o addirittura sul punto di massimo e tutti gli altri ai lati della gaussiana?" Chi sarebbero i favoriti? Chi vincerebbe di più?

venerdì 25 novembre 2022

Eliminare ogni preoccupazione per una consapevolezza di livello superiore


Fregatevene dell'ambiente, fregatevene del risultato, fregatevene dell'avversario. Fregatevene delle chiacchiere al bar. Fregatevene di quello che potrà scrivere la stampa.

Una volta raggiunto un allenamento tecnico sufficiente è opportuno che la vostra mente si liberi anche dalle preoccupazioni più contingenti che possono influenzare il livello di concentrazione sul compito che state svolgendo. In questo caso (il tennis) colpire una pallina e indirizzarla in un'area delimitata. Indirizzarla più volte secondo la vostra volontà e il gioco che avete in mente. Tutto ciò che non rientra in questo lavoro è da considerare un elemento distraente di cui non dovete tenere conto, soprattutto se è al di fuori delle vostre possibilità di controllo.

Colpire una palla in un certo modo è tecnica, colpirla più volte per come volete per dirigere il gioco è tattica. Rimanere concentrati su queste azioni da compiere significa rimanere focalizzati sul processo, ovvero un insieme di cose che vogliamo eseguire. Il processo tecnico tattico è il vostro obiettivo principale. Tutto il resto è distrazione.

La vita moderna è sempre più colma di fonti di distrazione: cose da fare in tempi limitati, appuntamenti, impegni, richieste. I cellulari si riempiono sempre di notifiche molto spesso superflue. Ogni cosa che accade è una potenziale interruzione della vostra concentrazione. Anche l'arrivo di un amico, un conoscente o un parente a bordo campo può distogliervi dall'attività che state svolgendo.

Un primo approccio mentale utile è quello di lasciare fuori dal campo tutto quello che fa parte della vita extra sportiva: ogni tipo di preoccupazione, ogni impegno, ogni pensiero non inerente allo sport va sospeso. L'attività sportiva deve essere un rifugio dalle situazioni lavorative e familiari quotidiane per la vostra mente. Un'isola dove è difficile arrivare, impossibile arrivare.

Accettate l'ambiente di gioco e quello circostante.

Tutte le attività sportive risentono dell'ambiente. Le condizioni atmosferiche (vento, pioggia, temperatura) la presenza del pubblico e il suo comportamento, la presenza di familiari o amici, un arbitro poco gradito, una decisione arbitrale, sono tutti fattori che possono distogliere la vostra concentrazione. Una superficie più o meno veloce nel tennis può rendere più complessa la ricerca del timing e l'esecuzione dei colpi. Prestare troppa attenzione a questi aspetti, che non possiamo controllare, significa non dedicarla alla vostra attività principale che è il processo tecnico-tattico. Tutti gli aspetti che riguardano l'ambiente non sono controllabili direttamente dall'atleta, quindi ogni preoccupazione al riguardo è frustrante, perché la situazione non può essere modificata. Gli effetti negativi sulla prestazione possono essere notevoli.

Non preoccupatevi dell'avversario.

Nemmeno l'avversario è una variabile controllabile. Non potete decidere di farlo giocare meglio o peggio, o secondo le vostre aspettative. Nel tennis l'osservazione dell'avversario è più importante rispetto ad altri sport. E' opportuno osservarlo per vedere la sua posizione in campo e l'esecuzione dei colpi, in modo da valutare gli spostamenti e la traiettoria della pallina per reagire di conseguenza, ma questa attenzione non deve diventare una preoccupazione di quello che farà, di come reagirà alle vostre soluzioni, di come sta giocando rispetto a voi. Deve rimanere funzionale al vostro gioco, in caso contrario, sarà un fattore che distrae.

L'unica cosa su cui potete influire è il vostro gioco e farsi aspettative riguardo al gioco dell'avversario non ne fa parte.

Concentratevi sul processo non sul risultato.

Potrà sembrare strano ma se la vostra mente indugia sul risultato della partita, su ciò che vi aspettate da questa, o presta troppa attenzione al punteggio in corso questo devierà la vostra attenzione dal processo tecnico e tattico. Gli sports ed il tennis sono composti da azioni non da ipotesi o valutazioni. Nel momento della competizione è opportuno rimanere concentrati sulle azioni e sul tempo presente. Per le valutazioni dei risultati c'è tutto il tempo a fine gara, a mente fredda. Non lasciate che la vostra mente vada troppo avanti, pensando a quello che potrebbe accadere a come potrebbe svilupparsi il gioco o una situazione. Rimanete nel presente del gioco.

Il risultato finale è solo l'effetto del processo esecutivo messo in atto e se la vostra mente devia l'attenzione dal processo l'effetto ne risentirà. Avere obiettivi tecnici e tattici chiari aiuta a mantenere la concentrazione su quello stiamo facendo, sul compito immediato, aumentando le probabilità di realizzazione dell'effetto desiderato, che è riassumibile nella vittoria.

Ogni possibile fonte di preoccupazione va eliminata, solo così si possono raggiungere esperienze gratificanti e i migliori risultati.

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mercoledì 23 novembre 2022

Mente, abilità e competenze trasversali nel tennis

pixabay.com

Non di rado abbiamo l'abitudine a ragionare per compartimenti stagni. Quello che facciamo in un determinato ambito rimane confinato alla materia o al compito di riferimento. La scuola è la scuola, la storia è la storia, la matematica è la matematica, la letteratura è la letteratura, un coniglio è un coniglio. La nostra mente lavora per categorie perché è un modo semplice e utile per ragionare, svolgere attività, catalogare e archiviare. Ma è opportuno anche avere una visione d'insieme, infatti la realtà non è rigidamente separata in comparti, ma è piena di connessioni, sfumature, relazioni. Una visione a compartimenti stagni non sarà mai una rappresentazione approfondita della realtà. 

Anche negli sport, che svolgiamo a scopo ludico o professionale, avere una visione d'insieme per stabilire attinenze tra abilità e compiti da svolgere riveste un ruolo fondamentale. Infatti molte delle abilità posso essere acquisite e utilizzate in ambiti e contesti diversi, inoltre queste abilità possono essere anche allenate in situazioni diverse e facilmente trasferite da un ambiente ad un altro.

Anche nel tennis ci sono diverse competenze trasversali.

Le principali sono le abilità atletiche e le abilità mentali. 

La capacità di concentrazione sul compito, la memoria in generale e la memoria motoria, hanno un effetto diretto sull'apprendimento tecnico e sul richiamo di situazioni di gioco e sono da considerare delle abilità mentali.

L'allenamento aerobico, anaerobico e della soglia anaerobica sono i principali allenamenti che consentono lo sviluppo di abilità atletiche da utilizzare anche sul campo da tennis.

Ce ne possono essere anche altre, come per esempio, l'allenamento dell'equilibrio o la gestione dello stress e delle emozioni ma non entreremo nello specifico dei singoli allenamenti che lasceremo ai preparatori atletici e mentali.

E' opportuno evidenziare che per acquisire e migliorare queste caratteristiche non è necessario avere un ambiente specifico di riferimento. Possono essere allenate anche fuori dal campo da tennis, senza una rete, senza una racchetta e senza una pallina, però tutti i vantaggi acquisiti sono subito spendibili nel nostro sport preferito. Anche se l'aspetto del piacere del gioco non è presente dovremmo essere più lungimiranti quando dedichiamo tempo a questo tipo di allenamenti senza racchetta.

Una considerazione particolare lo meritano le abilità mentali. Concentrazione e memoria infatti non sono settoriali: non esiste una memoria per il tennis o una concentrazione specifica per uno sport invece che per un altro. Sono peculiarità talmente indipendenti che possono essere allenate anche svolgendo compiti molto diversi tra di loro. Leggere, studiare, o qualsiasi altro compito che richiede una capacità di concentrazione e di memorizzazione prolungate è in grado di allenare queste abilità. Ovviamente le condizioni ambientali di gioco e le caratteristiche di ogni sport impongono aggiustamenti specifici. La memoria dovrà essere finalizzata all'acquisizione di soluzioni tecniche e tattiche determinate; la concentrazione dovrà far fronte a variabili distraenti diverse, come il pubblico, lo stress, la presenza dell'avversario; ma i connotati principali rimangono gli stessi. Sono abilità portabili nella loro sostanza.

Se si arriva sul campo di allenamento con questi bagagli di abilità già sviluppati, se vengono curati anche al di fuori dell'attività sportiva, l'atleta partirà sicuramente da una condizione di vantaggio e dovrà dedicarsi esclusivamente ai compiti specifici del proprio sport.

Un ulteriore esempio è l'attenzione ai particolari e la loro cura, condizioni che possono essere esercitate in ogni ambito della propria vita e permettono di sviluppare un modus organizzativo mentale che risulterà utile anche nell'acquisizione della tecnica nonché nella gestione tattica di una competizione.

Negli sport moderni le competizioni sono sempre più serrate, più difficili e dure. L'aumento di complessità e l'elevata competitività richiedono la predisposizione mentale e caratteriale a cercare di migliorarsi sempre, limando il particolare per progredire anche in modo infinitesimale. Pertanto al fine di raggiungere gli obiettivi è sempre più necessario utilizzare un ventaglio, il più possibile completo, di abilità e competenze trasversali e trasferibili.

lunedì 21 novembre 2022

Consapevoli di poter vincere

Consapevolezza. (pexels.com)

Per indicare una sensazione di calma e sicurezza correlata ai propri mezzi sportivi è spesso abusato il verbo credere. Credere di poter vincere, credere di potercela fare. In realtà non è la migliore definizione che si possa dare della confidenza che possiede un atleta nei propri mezzi per raggiungere una determinata prestazione.

Il verbo credere fa riferimento a qualcosa di astratto, privo di basi concrete. Gli sport e il tennis sono fatti di azioni tangibili da svolgere in uno spazio e in un tempo determinati. La sicurezza di un atleta affonda le radici in una realtà fisica, che non ha niente di astratto. Credere in qualcosa può essere addirittura fuorviante, può portare a sovrastimare le proprie possibilità innescando una serie di alti e bassi emotivi, illusioni e disillusioni, che dipendono dai risultati.

La sicurezza nei propri mezzi, la fiducia nelle proprie capacità, invece, guidano verso una consapevolezza di se stessi come atleti che è più consistente e meno dipendente dai risultati. Questa consapevolezza si alimenta costantemente di una percezione cosciente delle proprie abilità.

Al fine di raggiungere una massima e soddisfacente esperienza sportiva ed avere controllo di se stessi, buone sensazioni in campo e fiducia di riuscire è opportuno agire su tre aspetti principali:

1. Possedere solidi modelli tecnici e atletici di riferimento, di cui non dubitare.

2. Allenamento dei modelli fino all'automatismo esecutivo.

3. Progressione delle difficoltà attraverso bilanciamento continuo tra sfide e abilità acquisite (più crescono le abilità più si alza il livello degli obiettivi).

I modelli sono fondamentali perché hanno un effetto diretto nel creare  sicurezza nelle proprie esecuzioni sia che si tratti di modelli strettamente tecnici sia di modelli atletici di allenamento. Abbiamo visto che i due fattori si influenzano a vicenda e sono interconnessi.

L'allenamento è essenziale, una volta sicuri dei modelli di riferimento,  dovrà essere praticato fino all'automatismo esecutivo. Due sono i vantaggi principali: da una parte la sicurezza esecutiva consente di concentrarsi sulla prestazione e non sull'esecuzione, dall'altro consente  di tenere sotto controllo le variabili che sono presenti solo in partita. Gli spettatori, il tifo, rumori imprevisti. Maggiore sarà la pratica effettuata e minore sarà l'effetto distraente di tutte quelle variabili che si possono presentare in competizione e non ci sono in allenamento.

Il terzo punto consente di evitare sovra stime o sotto stime delle proprie abilità. In entrambi i casi, infatti, il disequilibrio tra le percezioni dell'atleta e la realtà preclude di avere un'ottima esperienza nella competizione. Se sovrastimiamo le nostre possibilità aumentano le probabilità che, alla prima difficoltà, ci si senta delusi e non appropriati al compito. Se invece sotto stimiamo il nostro gioco non sarà possibile entrare in campo con quella tranquillità che consente di esprimere le nostre qualità atletiche e tecniche al meglio. Saremo come schiacciati dal compito che ci aspetta perché lo riteniamo al di sopra delle nostre possibilità.

Nessun dubbio.

Quando siamo in competizione possono succedere molte cose, alcune delle quali impreviste. Molte altre sono al di fuori del nostro controllo, pertanto quando le cose vanno male, o come non ci saremmo aspettati, è probabile che alcuni dubbi iniziano a entrare nei nostri pensieri.

"Sto facendo la cosa giusta?", "Mi sarò preparato abbastanza?""Dove sbaglio?", "Perché?"

Questo tipo di pensieri minano la sicurezza degli atleti, la loro confidenza. Sono pensieri negativi che è necessario allontanare e non è sempre facile.

Il miglior modo è quello di essere sicuri della propria tecnica, della propria preparazione e del proprio allenamento.

Eravamo sicuri che potevamo riuscirci, perché l'avevamo fatto così tante volte in allenamento che non c'era nessuna paura, solo calma e una concentrazione fredda, rilassata. (Flow in Sports, pag. 58, Susana A. Jackson, Mihaly Csikszentmihalyi, Human Kinetics, 1999).

Non si tratta di un atto di fede, ma di una sicurezza che deriva dall'esperienza, dalla solidità dei modelli esecutivi di riferimento, dall'allenamento e dalla consapevolezza delle proprie abilità.