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mercoledì 8 luglio 2026

Il divertimento è funzione dell’apprendimento: perché il gioco libero costruisce tennisti migliori (e più felici)



Una prospettiva scientifica tra etologia, psicologia dello sport e didattica tennistica

Il divertimento nel tennis (e nello sport in generale) non è un “extra” piacevole da aggiungere all’allenamento. È il risultato naturale di un processo di apprendimento che avviene in condizioni di relativa libertà e bassa pressione sul risultato immediato.

Questa idea, che osserviamo spontaneamente nei bambini e negli animali, ha solide fondamenta scientifiche e importanti implicazioni pratiche per chi allena e per chi cresce tennisti.

Il gioco negli animali: un laboratorio naturale

Osserviamo un cucciolo di cane o un gatto che insegue una pallina o un gomitolo. Non sta cacciando per mangiare. Non persegue un obiettivo immediato di sopravvivenza. Eppure si impegna con intensità, ripetizione e piacere evidente.

Secondo Gordon Burghardt, uno dei massimi studiosi di play behavior, il gioco soddisfa cinque criteri principali: non è pienamente funzionale nel contesto in cui avviene, è spontaneo e piacevole, strutturalmente diverso dal comportamento “serio”, ripetuto, e compare quando l’animale è ben nutrito e privo di stress acuto.

Le funzioni del gioco sono molteplici ma indirette: sviluppo motorio, affinamento di schemi comportamentali, apprendimento sociale, flessibilità cognitiva. Uno scimpanzé che gioca con bastoncini non sta “allenando” l’uso degli strumenti per catturare le termiti; sta esplorando possibilità motorie e cognitive in un ambiente sicuro. Solo in seguito quelle competenze diventeranno utili.

Il divertimento, in questi casi, sembra essere il segnale che l’organismo sta operando in una zona di apprendimento ottimale: abbastanza sfida da essere stimolante, abbastanza libertà da non generare ansia.

Perché ci divertiamo quando impariamo (e viceversa)

La psicologia fornisce due quadri teorici particolarmente potenti.

La teoria del flow di Mihaly Csikszentmihalyi descrive lo stato di esperienza ottimale che si verifica quando le richieste della situazione sono bilanciate con le competenze del soggetto. In quel momento l’attività diventa autotelica: la si fa per il piacere intrinseco di farla. Nel tennis questo si traduce in sessioni in cui il giocatore è totalmente immerso nel colpo, nella traiettoria, nella tattica — senza pensare al punteggio o al giudizio esterno. Il divertimento è alto proprio perché c’è apprendimento in corso.

La Self-Determination Theory (Deci & Ryan) aggiunge che la motivazione intrinseca fiorisce quando vengono soddisfatti tre bisogni psicologici fondamentali: autonomia (sentirsi agenti delle proprie azioni), competenza (sentirsi efficaci) e relazione (sentirsi connessi). Un ambiente di allenamento troppo orientato alla vittoria o al confronto con gli altri mina l’autonomia e genera ansia da prestazione, riducendo sia l’apprendimento sia il piacere.

In sintesi: ci divertiamo perché impariamo in un contesto che ci permette di esplorare senza paura eccessiva del fallimento. Più impariamo in questo modo, più il divertimento aumenta, creando un circolo virtuoso.

Applicazioni al tennis giovanile

Nel tennis (e in molti sport) si commette spesso l’errore di anticipare troppo la logica del risultato adulto. Obiettivi come “vincere la partita”, “essere il primo della classifica” o “non deludere” vengono introdotti quando il processo di apprendimento tecnico-tattico è ancora molto aperto.

Questo ha due effetti negativi documentati:

  • Riduce i “gradi di libertà” del giocatore (meno sperimentazione, più rigidità).
  • Introduce ansia che interferisce con l’apprendimento motorio e decisionale.

La ricerca di Jean Côté sul Developmental Model of Sport Participation mostra che, nella fascia 6-12 anni circa, la prevalenza di deliberate play (giochi informali, modificati dai bambini stessi, orientati al divertimento) rispetto alla pratica strutturata e alla competizione precoce favorisce:

  • Maggiore permanenza nello sport a lungo termine
  • Migliore sviluppo di competenze trasferibili
  • Minore rischio di burnout e dropout

Non si tratta di eliminare la competizione, ma di introdurla in modo graduale, proporzionato e multiplo. Classifiche parallele (tecnica, fair-play, miglioramento, divertimento), tornei a tema, partite modificate (regole semplificate, campi più piccoli, punteggi alternativi) permettono ai bambini di sperimentare il confronto senza che diventi l’unico metro di valutazione.

Implicazioni pratiche per allenatori e genitori

  • Priorità all’esplorazione: nelle fasi iniziali, privilegiare esercizi giocosi, variabili, con alto tasso di successo e possibilità di scelta.
  • Feedback orientato al processo: “Come hai sentito il contatto?” invece di “Bravo, hai vinto il punto”.
  • Gestione della competizione: introdurla quando il giocatore ha già un repertorio tecnico-tattico sufficiente e una certa stabilità emotiva. Usare formati che valorizzino diversi tipi di successo.
  • Ruolo dell’adulto: l’allenatore e il genitore non sono arbitri del risultato, ma facilitatori dell’ambiente di apprendimento. Il loro compito principale è mantenere alto il livello di autonomia e sicurezza psicologica.

Quando un tennista acquisisce una tecnica efficace in modo ludico e significativo, la vittoria (quando arriva) diventa una conseguenza naturale delle competenze sviluppate, non il fine ultimo. È esattamente ciò che accade nel mondo animale: il felino che ha giocato a mimetizzarsi e inseguire diventa un cacciatore efficace.

Conclusione

Il divertimento non è l’opposto dell’impegno né un lusso. È il segno che il sistema sta apprendendo in condizioni ottimali. Nel tennis, come nella vita, chi impara divertendosi sviluppa non solo competenze tecniche, ma anche autonomia, resilienza e un rapporto sano con lo sport, e con se stesso.

L’obiettivo pedagogico più alto non è formare il tennista che vince di più a 12 anni, ma quello che a 25, 35 o 50 anni continua a giocare con piacere e competenza, perché ha imparato a trovare il divertimento dentro il processo di miglioramento continuo.

Il ragazzo che preferisce la Spinale Direttissima all’ottovolante ha capito (o sta capendo) una cosa fondamentale: il divertimento più profondo e duraturo è quello che dipende dalle proprie capacità acquisite, non da un meccanismo esterno.

venerdì 18 novembre 2022

Federer, Djokovic, Nadal: un esempio di crescita e zona di comfort


Uscire dalla comfort zone diviene una necessità per affrontare nuove sfide e iniziare un percorso di crescita. Spesso è la paura del fallimento che trattiene le persone dal prendere i rischi necessari a migliorare. Rimanere ancorati nella propria zona di conforto e controllo, anche psicologico, impedisce di acquisire nuove abilità.

Il percorso, però, dovrà essere graduale con sfide di ambiente e personali commisurate alla crescita delle proprie abilità.

Infatti il rischio di fissare obiettivi troppo elevanti è concreto. Il risultato sarebbe quello di sentire il peso di una sfida come troppo grande e non riuscire ad affrontare con serenità il percorso di sviluppo tecnico e atletico, condizionati da una percezione che induce ansia e un senso di sfiducia.

Questo non significa abbandonare le proprie ambizioni ma, qualora fossero di alto livello, sarà opportuno suddividerle in un percorso di obiettivi più piccoli e graduali in modo da renderli singolarmente alla propria portata e non sentirli lontani e quindi demoralizzanti. Il percorso di crescita sarà gratificante, passando dall'acquisizione di nuove competenze fino al raggiungimento di un obiettivo, con il conseguente passaggio ad uno nuovo, più elevato. Una scala di crescita che può arrivare fino a propositi di alto profilo. Passaggi graduali percepiti come raggiungibili in relazione alla sviluppo delle proprie abilità, attraverso sfide tecnico agonistiche crescenti.

Una programmazione graduale è fondamentale, per evitare due estremi. Compiti da svolgere troppo difficili che possono indurre ansia, frustrazione e preoccupazione. Compiti da svolgere troppo semplici che possono suscitare perdita di interesse.

Sfide ed impegni eccessivamente semplici, percepiti sotto il proprio livello possono indurre noia e distacco, condizione che, anch'essa, può limitare, addirittura fermare, il processo di crescita dell'atleta.

Sono da evitare sfide troppo difficili e troppo semplici, ma nella realtà questo non è sempre possibile, perché possiamo trovare avversari troppo bravi per noi in quel momento o di un livello molto inferiore. Quando si verifica una di queste situazioni è opportuno definire chiaramente il nostro scopo principale il quale dovrà essere diverso dal raggiungimento della vittoria.

Nel primo caso, infatti, quello di un avversario superiore, vincere potrebbe essere un obiettivo troppo difficile da raggiungere; nel secondo eccessivamente semplice.

Stabilire un numero di punti da vincere sul servizio dell'avversario; proporsi di portare ai vantaggi un certo numero di giochi; concentrarsi nell'esecuzione di alcuni schemi di gioco ben riusciti sono solo alcuni esempi di obiettivi circoscritti all'interno di una sfida che potrebbe apparire insormontabile.

Questo metodo può essere utilizzato anche in caso di sfide troppo semplici, le quali sono pericolose perché rischiano di non coinvolgere l'atleta pienamente, sia dal punto di vista della concentrazione che dell'impegno. Sconfitte inaspettate contro avversari sfavoriti sono il risultato non raro di situazioni di questo tipo. Anche in questo caso circoscrivere i propri propositi di tecnici e di competizione risulta essere un buon metodo per mantenere un ottimo livello di focus sui compiti da svolgere. Non perdere mai il servizio; cercare di vincere ogni set con due break sul servizio avversario; alzare il numero dei vincenti o ridurre il numero degli errori gratuiti. La possibilità sono molteplici e possono essere definite dagli atleti insieme ai propri allenatori.

Gli incredibili risultati che sono riusciti a raggiungere Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic sono stati il frutto di una interazione reciproca, in cui i livelli dalla sfida venivano spostati sempre leggermente un po' più avanti ma non troppo. La percezione di un nuovo obiettivo raggiungibile un po' oltre la zona di comfort innesca percorsi virtuosi di crescita e massimo coinvolgimento psico fisico. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Il modello può essere riprodotto a tutti i livelli, anche per i giocatori di circolo e per i ragazzi dell'agonistica.

Obiettivi tecnici e di risultato via via crescenti e suddivisione in sotto target mirati definiscono il percorso e rendono percepibile la fattibilità evitando sotto coinvolgimento ed ansia da prestazione. 

giovedì 17 novembre 2022

Le aperture di dritto e rovescio

Non in senso classico.

Ampie, brevi, lineari o ovalizzate? Non parleremo di aperture in senso classico, ma dell'uso del braccio non dominate. Lasciamo alla personalizzazione e alla gestione tattica certe le scelte importanti ma non fondamentali come l'ampiezza e l'ovalizzazione.
Ci concentreremo sulla funzione del braccio sinistro per i destri e del destro per i mancini, la quale (funzione) rimane costante anche se l'intensità e la modalità del suo utilizzo possono variare. Alta, più bassa, breve, più lunga, amplissima ma è il braccio che non impugna la racchetta che partecipa attivamente per svolgere l'azione di apertura nel tennis. Almeno dovrebbe, perché non di rado molti si dimenticano di averlo e non lo usano sarebbe utile e funzionale.

Novak Djokovic. Dietro e in alto.

Oscillazione e rotazione.

Come è stato già ampiamente discusso possiamo ridurre ogni swing del tennis a due gesti fondamentali: un'oscillazione e una rotazione. Oscillazione del braccio racchetta dall'alto verso il basso e una rotazione del copro nella direzione della rete e del campo avversario. La mano che va sul cuore della racchetta o spara l'altra mano nei rovesci bimani svolge un ruolo preliminare essenziale per stabilire l'entità sia dell'oscillazione che della rotazione del busto.
Più il braccio è attivo maggiore sarà la su influenza. Nel rovescio tira un po' verso l'alto e all'indietro la racchetta e nel dritto spinge un po' verso l'alto e indietro.

Justin Henin

Questa azione consente di sfruttare maggiormente la discesa della racchetta e la rotazione del busto. Più la racchetta sarà in alto e maggiore sarà l'energia potenziale gravitazionale da sfruttare. Maggiore sarà la spinta indietro nel dritto e la trazione nel rovescio e maggiormente le spalle ruoteranno verso il fondo del campo, permettendo di avere un maggiore spazio per l'accelerazione della racchetta in successione alla rotazione del corpo in avanti.
Non dimentichiamo il braccio non dominate svolge un ruolo importante. Push back. Pull back. Spinge indietro e tira indietro dal cuore o dal manico come nel caso di Djokovic o di coloro che giocano il rovescio a due mani.

Roger Federer. Dietro e in alto.

Questa azione è comune a tutti i colpi; rovescio a una mano e a due, dritto e rovescio in back spin. In sostanza tutti i fondamentali da fondo campo. Ma svolge un'azione significativa anche nell'esecuzione delle volée seppur di minore rilevanza.
Consente di gestire l'ampiezza dell'oscillazione e della rotazione in avanti. Di conseguenza consente, in qualche modo, se saputa gestire, di gradualizzare la velocità del braccio racchetta con una gestualità dell'intero corpo e in decontrazione muscolare. Ogni giocatore troverà la propria personalizzazione del gesto cercano la comodità di esecuzione in base alle proprie caratteristiche.

mercoledì 16 novembre 2022

Dritto e rovescio a traino? No grazie.


Tornando sull'argomento della catena cinetica e delle rotazioni sembra che si faccia fatica a trovare argomentazioni che mettano tutti d'accordo. Purtroppo nel tennis non di rado sembra di stare nel Far West del diciannovesimo secolo con le carovane che si fermano nei paesi per vendere la propria pozione magica ed espedienti superficiali come soluzioni.

Il Far West del tennis

Ci sono coach internazionali noti che non evitano di fornire suggerimenti poco chiari, suscettibili di fraintendimenti ed non di rado proprio errati. Avere delle incertezze in gioco è fatale, ma soprattutto giocare per dieci anni in un modo e poi cambiare può annientare ogni ambizione, pertanto è opportuno tornare su alcuni punti della questione.

Per quanto riguarda le rotazioni, le accelerazioni, il passaggio della mano con le spalle che seguono è sufficiente fare un giro su internet per divertirsi. La convinzione che, in alcuni casi sfocia in ottusità, non si smuove nemmeno davanti ai filmati, spesso, figuriamoci davanti ad una argomentazione. Però l'evidenza per chi affronta la questione con una mentalità senza preconcetti è chiara.

Rotazioni efficienti. Scegliamo bene.

Se in preparazione giriamo le spalle dando la schiena alla rete quale sarà il vantaggio di anticipare il movimento con il braccio? Nessuno. Il corpo che segue il braccio sarà una zavorra trascinata dal braccio stesso, non c'è trasferimento di energia verso l'esterno, anzi è il contrario. Un braccio racchetta più veloce del corpo che tende a far girare una persona di 70, 80 a volte 90 chili. Roger e Federer e Rafael Nadal pesano 85 chili circa, Matteo Berrettini è sopra i 90. Il corpo diventa una zavorra. Il busto viene trainato dal braccio, condizione che comporta uno sforzo aggiuntivo rendendo lo swing meno efficiente.

Le dinamiche sia del dritto che del rovescio sono evidenti nel primo filmato: il rallentamento della rotazione e il blocco della rotazione fanno sì che l'energia cinetica si trasferisca al braccio racchetta, il quale avrà una velocità di partenza più alta di zero in relazione alla velocità di rotazione stessa.

Nel secondo filmato si vedono Marian Vajda e Novak Djokovic che discutono questo aspetto. Anche se l'audio non è chiaro la mimica chiarisce che stanno parlando di questa dinamica per metterla a punto.


Ovviamente imparare a giocare solo con il braccio è la cosa più semplice e più immediata per iniziare a fare i primi scambi, ma se si hanno delle ambizioni agonistiche e soprattutto se si nutrono speranze di imparare un tennis di alto livello è fondamentale iniziare il prima possibile ad acquisire dimestichezza con  le dinamiche di un colpo più complesso nella sua costruzione. Con il braccio che si "aggancia" alla velocità del corpo i vantaggi sono molteplici. La maggiore efficienza del gesto unita ad una maggiore velocità di esecuzione consente di avere e mantenere per più tempo un tennis competitivo.

Idee chiare da giovani.

La successione degli eventi deve essere chiara e non devono esserci dubbi, nemmeno a livello inconscio, nella mente dell'atleta di quello che si è chiamati a fare; del motivo per cui si corre per arrivare bene con le gambe. Nel terzo filmato Mouratoglou non è chiaro nelle spiegazioni, il concetto esposto è quello che l'accelerazione della mano anticipa l'azione del corpo e delle spalle. Questo crea confusione e può innescare dei blocchi nella crescita tecnica.


La transizione da un tipo di colpo all'altro va effettuata in modo consapevole e cosciente. In modo da acquisire gli automatismi il prima possibile e affinché si abbia nel proprio bagaglio tennistico un bagaglio di conoscenze che aprono molteplici possibilità di crescita e miglioramento.