Le dichiarazioni di Sinner comprese quelle rilasciate a Wimbledon chiariscono il quadro dell'atleta. Niente di puro psicologico, nessun mostro nascosto nell'inconscio, ma semplice overreaching che, se prolungato, può diventare una vera e propria sindrome da sovrallenamento (overtraining).
Nel tennis moderno, dove i calendari ATP sono diventati un tritacarne mediatico e fisico senza soluzione di continuità, il confine tra la massima forma atletica e il baratro dell’overtraining (sindrome da sovrallenamento) è incredibilmente sottile. La recente parabola di Jannik Sinner, culminata con l'inattesa sconfitta al secondo turno di Parigi dopo essere stato in vantaggio di due set, rappresenta un caso di studio perfetto di come la biologia imponga un limite anche ai talenti più cristallini.
Anatomia di un crollo: cosa è successo a Parigi
Chi ha assistito al match contro l'argentino Cerundolo ha assistito a un fenomeno ben noto ai medici dello sport: il blackout del Sistema Nervoso Centrale. Sinner, reduce da una primavera logorante iniziata a Indian Wells e Miami, passata per Montecarlo, Madrid e Roma, è scivolato in pochi minuti dal dominio assoluto a una manifesta spossatezza, accompagnata da crampi e malesseri generalizzati.
Non si è trattato di un calo di concentrazione. Quando il corpo accumula un volume di gioco e di stress neuroendocrino superiore alle proprie capacità di recupero, i livelli di cortisolo (l'ormone dello stress) si impennano, inibendo la risintesi del glicogeno muscolare. Il risultato? L'atleta si ritrova istantaneamente senza "carburante", sperimenta una perdita di reattività e una precoce rigidità muscolare. Il cervello, in estrema sintesi, attiva un meccanismo di difesa centralizzato per costringere l'organismo a fermarsi. Proprio il "Muro" descritto da Jannik.
Le ammissioni e la gestione del rientro
A confermare il quadro clinico e atletico sono state le stesse dichiarazioni del numero uno azzurro alla vigilia di Wimbledon: “Ho giocato davvero tanto negli ultimi mesi, stavo male fin dal mattino... Ora ho capito che oltre certi limiti non si può andare”.
La gestione del post-Parigi da parte del team di Sinner è stata, tuttavia, una lezione magistrale di prevenzione e recupero:
Lo stop terapeutico: La rinuncia ai tornei di preparazione sull'erba (Halle e Queen's), una scelta dolorosa ma necessaria per interrompere il circolo vizioso del sovraccarico.
Lo screening medico: Il passaggio presso strutture cliniche d'eccellenza per monitorare i parametri ematici e ormonali, escludendo deficit immunitari o problematiche croniche.
La supercompensazione: Due settimane di riposo totale seguite da un richiamo di preparazione atletica graduale, l'unico protocollo valido per consentire al sistema nervoso di rigenerarsi.
Il fattore mentale: la resilienza non è infinita
L'overtraining non logora solo i muscoli, ma azzera la resilienza psicologica. In uno sport di situazione e di nervi saldi come il tennis, la stanchezza cronica si traduce in una ridotta capacità di gestire la pressione nei punti chiave. Mancanza di concentrazione lentezza nel prendere decisioni che nel tennis hanno bisogno di essere serrate ed immediate.
Nelle recenti dichiarazioni post partita a Wimbledon il campione italiano a dichiarato che "potrebbe ricapitare".
Sì potrebbe ricapitare perché lo sport del tennis non è uno sport a tempo, non c'è un cronometro che sancisce la fine della partita. C'è un'incertezza nella durata e quindi anche nell'intensità della competizione. Questa variabile rende l'organizzazione dei periodi di carico e di compensazione più difficile da gestire per un tennista nell'arco dell'intera stagione o di un periodo determinato. Nell'atletica questi tipo di gestione è relativamente più semplice, perché la gara ha una durata precisa.
"E' una questione più ampia". Sì è una questione più ampia perché riguarda la gestione complessa della preparazione con un calendario serrato e una scelta dei tempi che va gestita di volta in volta.
Il caso Sinner dimostra che nel professionismo contemporaneo la programmazione dei periodi di scarico (tapering) è importante tanto quanto le ore passate in campo. Per rimanere al vertice, a volte, l'atto di coraggio più grande per un atleta non è stringere i denti e scendere in campo, ma saper dire: "Oggi mi fermo".
Nessun segreto, nessun dramma, nessuna ombra psicologica nefasta. Si tratta di un campione che ha visto i suoi limiti ed è un vantaggio
I limiti sono a livelli altissimi e conoscerli consente di gestirli. Se sai dov'è il muro lo eviti meglio.
F.B.
