venerdì 19 giugno 2026

Se la sanità funzionasse come il tennis, il 151° cardiochirurgo del mondo pagherebbe per operarti.



Poznań Polonia, martedì pomeriggio. Campo secondario di un torneo Challenger, la serie B del tennis professionistico. Un sole pallido illumina circa quindici spettatori, tre dei quali sono raccattapalle annoiati e uno è il custode del circolo, i parenti dei giocatori non vengono calcolati come spettatori. Si gioca sulla terra rossa ma gli altri, quelli bravi, stanno giocando sull’erba perchè Wimbledon è alle porte.

Il numero 182 del mondo sta giocando il terzo set di un primo turno. Sul punteggio di 4-4, rompe l’incordatura della racchetta. Mentre cammina verso la panchina per cambiarla, il suo sguardo non è rivolto alla traiettoria del vento o alla tattica dell'avversario. Non si sta chiedendo cosa ha sbagliato.  Sta solo calcolando che quel cambio corde gli costerà venti euro. Il premio in denaro per la sconfitta al primo turno ne copre scarsi trecento, a cui vanno sottratti l’hotel, il volo low-cost e la percentuale del coach, rimasto a casa perché il biglietto aereo costava troppo. Nel tennis moderno, perdere un punto fa male all'orgoglio; perderne due fa saltare il conto corrente o uno dei pasti della giornata.

Esiste una strana perversione nel modo in cui percepiamo il tennis. Lo consideriamo lo sport dei club esclusivi, delle polo bianche e dei patrimoni offshore, un mondo dorato di perbenismo. E’ vero, ma solo se vi limitate a guardare lo schermo della televisione durante le semifinali di uno Slam. Al di fuori dell’aristocrazia dei primi 150 della classifica ATP, il tennis cessa di essere uno sport d'élite e si trasforma in una declinazione particolarmente spietata della gig economy, un Uber con la racchetta dove il conducente deve pagarsi da solo la benzina, l'auto e i pedaggi, sperando che il cliente non lasci una stella. Un dei tanti del popolo delle partite iva a cui un qualsiasi imprevisto fa saltare il bilancio mensile.

Provate ad applicare questa metrica economica a qualsiasi altra professione intellettuale o specialistica. Immaginate un mondo in cui se siete il 151° miglior cardiochirurgo del pianeta. Un'eccellenza assoluta, un talento raro in grado di operare a cuore aperto con precisione millimetrica non solo non riuscite a pagarvi un appartamento in centro, ma dovete prenotare un volo Ryanair per andare a operare in un ospedale di periferia a Breslavia, sperando che il rimborso spese della clinica copra il costo del bisturi.

Immaginate uno studio legale in cui il 160° miglior avvocato penalista del mondo debba chiedere un prestito ai genitori per pagarsi la trasferta in tribunale, mentre i primi dieci della classe fatturano abbastanza da comprarsi una scuderia di Formula 1. Diremmo che il sistema è disfunzionale, oligarchico, probabilmente post apocalittico. Nel tennis, lo chiamiamo semplicemente "il circuito". L’ eccellenza sopraffina e meritevole.


Il paradosso strutturale di questo sport risiede nella sua totale assenza di ammortizzatori sociali. Un calciatore di metà classifica in serie B (magari riserva) guadagna abbastanza da garantire un futuro dignitoso alla famiglia o per investire in qualcosa per il futuro; un tennista con la stessa posizione relativa nel proprio sport vive in un costante stato di insolvenza simulata. Il tennis produce miliardi di dollari in sponsorizzazioni e diritti TV, ma redistribuisce la ricchezza con criteri che farebbero apparire il capitalismo di Wall Street degli anni '80 come un saggio di socialismo utopico, scritto da Karl Marx.

I primi cinquanta giocatori del mondo non accumulano denaro: accumulano holding finanziarie. Dal numero 151 in poi, si accumulano invece migliaia di chilometri in classe economica e la speranza che il prossimo avversario abbia un attacco di dissenteria prima del match.

La meritocrazia applicata al tennis ha la stessa delicatezza di un algoritmo di licenziamento di un'azienda della Silicon Valley. Se sei il numero 80 del mondo, sei una stella; se sei il numero 180, sei un costo vivo. Non c'è una classe media che tenga in piedi la struttura, ci sono solo i passeggeri della prima classe e i clandestini nella stiva che sperano di non essere rimpatriati alla prima scivolata sul cemento americano.

La prossima volta che sintonizzerete la TV su un torneo importante, ammirando la fluidità di un rovescio accarezzato da un top player, provate a fare un esercizio di lucidità. Il vero miracolo non è la coordinazione millimetrica del campione sotto i riflettori. Il vero miracolo è che il ragazzo dall'altra parte della rete, dopo un torneo estenuante di qualificazione, e che ha passato gli ultimi tre anni a perdere cinquemila dollari a mese per il privilegio di essere preso a pallate in mondovisione, non abbia ancora deciso di mollare tutto per andare a fare l'istruttore in un villaggio vacanze. Lì, almeno, il pranzo è incluso nel contratto.