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mercoledì 19 agosto 2026

Il buio dei 5 millisecondi nel tennis, il caos del doppio pendolo e la frustata di polso

La problematica è vecchia e risale ai tempi del maestro Vic Braden il quale dopo aver osservato campioni in ultra slow motion arrivò alla conclusione che non c'è uso effettivo del polso. Il video di Agassi è esemplificativo. Il rilascio avviene dopo che la palla ha lasciato il piatto corde. Ma la divisione tra maestri non è stata sanata nemmeno davanti all'evidenza e i giocatori hanno continuato, non di rado, a descrivere la loro sensazione di gioco associata a un uso del polso. Agassi compreso, se non vado errato. Qui sotto l'analisi di Braden, il quale credo avrebbe apprezzato l'introduzione del concetto di doppio e triplo pendolo caotico e del buio dei 5 mms ad integrare la sua visione e ottima analisi dei colpi fondamentali (dritto e rovescio).



Si tratta di un punto nevralgico della neuro-fisiologia applicata allo sport dove il ruolo dei 5 millisecondi dell'impatto è alla base di una realtà scientifica nota come illusione senso-motoria, dalla quale nessuno sembra immune.

La discrepanza tra ciò che i giocatori di alto livello (anche campioni Slam) sentono e ciò che fanno realmente dipende da tre fattori: la fisica dei corpi rigidi, l'anatomia della spalla e i tempi di reazione del cervello.

 1. Il concetto di "Traslazione Frustrata" e lo snodo naturale

L'uso del temine "traslare" è forse improprio ma descrive bene una dinamica reale: fino al momento dell'impatto il braccio-racchetta si muove su un asse talmente arretrato (la spalla) e con un raggio così lungo da descrivere un arco di cerchio molto ampio. A livello di sensazione percepita in questo modo nel brevissimo segmento finale prima dell'impatto, il giocatore sente la racchetta muoversi quasi in linea retta verso la palla, ovvero c'è una pseudo-traslazione in avanti spinta dal busto.


Dopo l'impatto però l'energia cinetica residua è enorme. Il braccio non può continuare a "traslare" in avanti all'infinito proprio perché è vincolato all'articolazione della spalla e del busto. A questo punto, per non strappare i legamenti della spalla, il sistema deve dissipare l'energia e Il braccio è costretto a collassare lungo i suoi snodi naturali più deboli, cioè il gomito e il polso.

A questo punto la forza centrifuga fa ruotare e "frustare" il polso e il gomito verso l'alto o verso la spalla opposta nel classico movimento di follow-through. La prosecuzione naturale del colpo non può che essere questa.


2. Il "Buio Sensoriale" dei 5 millisecondi

Ma perché allora il giocatore giura di aver usato il polso durante l'impatto se questo è avvenuto sull'asse della spalla? La colpa è del sistema nervoso centrale e ci sono due motivi principali:

1. La durata dell'impatto: la pallina resta sulle corde per circa 4-5 millisecondi non di più.

2. La conduzione nervosa: Il segnale tattile e propriocettivo (i recettori nel polso che dicono "abbiamo colpito la palla") deve viaggiare lungo il braccio per arrivare al midollo spinale e raggiungere la corteccia cerebrale. Questo processo richiede circa 30-50 millisecondi.

Le due tempistiche differiscono enormemente anche se si tratta di millesimi di secondo e la nostra mente è costretta a fare un'approssimazione di ciò che è realmente accaduto.

Quando il cervello del tennista riceve la notifica dell'impatto la pallina ha già lasciato la racchetta ed è già molto avanti forse già vicino alla rete. Pertanto il momento in cui il cervello elabora il feedback dell'impatto, coincide temporalmente, non con la fase di impatto reale, ma con la fase in cui il braccio sta piegando il polso e il gomito per dissipare l'energia. Ed è qui che il cervello unisce i due stimoli in un unico sensazione che diviene un ricordo distorto: "Ho colpito la palla frustando di polso".




3. L'inganno dei manuali e il "Ceco Biomeccanico"

Questo spiega perché i tennisti professionisti siano spesso pessimi maestri di teoria: loro descrivono la sensazione finale ("usa il polso"), non la meccanica d'impatto ("mantieni l'asse sulla spalla"), come suggerirebbe Vic Braden e le analisi in ultra slow motion.

Chi prova a imitarli consciamente esegue la frustata a 0 millisecondi, nel momento esatto dell'impatto o addirittura un po' prima per essere sicuro di attivare il polso/avambraccio. in questo modo distruggendo il raggio della leva (lo accorcia fino al gomito o polso), innesca un'oscillazione a doppio pendolo caotica (seppur vincolata), perde il controllo della palla e non di rado infiamma i tendini.

I campioni hanno imparato ad usare l'asse della spalla per puro istinto e predisposizione motoria forse genetica e per selezione naturale sul campo di gioco.

I tennisti che da giovani non trovavano l'asse della spalla si sono fermati molto prima a causa di un gioco incostante e non redditizio o di dolori cronici. Non sono riusciti a fare il salto di qualità.

mercoledì 8 luglio 2026

Il divertimento è funzione dell’apprendimento: perché il gioco libero costruisce tennisti migliori (e più felici)



Una prospettiva scientifica tra etologia, psicologia dello sport e didattica tennistica

Il divertimento nel tennis (e nello sport in generale) non è un “extra” piacevole da aggiungere all’allenamento. È il risultato naturale di un processo di apprendimento che avviene in condizioni di relativa libertà e bassa pressione sul risultato immediato.

Questa idea, che osserviamo spontaneamente nei bambini e negli animali, ha solide fondamenta scientifiche e importanti implicazioni pratiche per chi allena e per chi cresce tennisti.

Il gioco negli animali: un laboratorio naturale

Osserviamo un cucciolo di cane o un gatto che insegue una pallina o un gomitolo. Non sta cacciando per mangiare. Non persegue un obiettivo immediato di sopravvivenza. Eppure si impegna con intensità, ripetizione e piacere evidente.

Secondo Gordon Burghardt, uno dei massimi studiosi di play behavior, il gioco soddisfa cinque criteri principali: non è pienamente funzionale nel contesto in cui avviene, è spontaneo e piacevole, strutturalmente diverso dal comportamento “serio”, ripetuto, e compare quando l’animale è ben nutrito e privo di stress acuto.

Le funzioni del gioco sono molteplici ma indirette: sviluppo motorio, affinamento di schemi comportamentali, apprendimento sociale, flessibilità cognitiva. Uno scimpanzé che gioca con bastoncini non sta “allenando” l’uso degli strumenti per catturare le termiti; sta esplorando possibilità motorie e cognitive in un ambiente sicuro. Solo in seguito quelle competenze diventeranno utili.

Il divertimento, in questi casi, sembra essere il segnale che l’organismo sta operando in una zona di apprendimento ottimale: abbastanza sfida da essere stimolante, abbastanza libertà da non generare ansia.

Perché ci divertiamo quando impariamo (e viceversa)

La psicologia fornisce due quadri teorici particolarmente potenti.

La teoria del flow di Mihaly Csikszentmihalyi descrive lo stato di esperienza ottimale che si verifica quando le richieste della situazione sono bilanciate con le competenze del soggetto. In quel momento l’attività diventa autotelica: la si fa per il piacere intrinseco di farla. Nel tennis questo si traduce in sessioni in cui il giocatore è totalmente immerso nel colpo, nella traiettoria, nella tattica — senza pensare al punteggio o al giudizio esterno. Il divertimento è alto proprio perché c’è apprendimento in corso.

La Self-Determination Theory (Deci & Ryan) aggiunge che la motivazione intrinseca fiorisce quando vengono soddisfatti tre bisogni psicologici fondamentali: autonomia (sentirsi agenti delle proprie azioni), competenza (sentirsi efficaci) e relazione (sentirsi connessi). Un ambiente di allenamento troppo orientato alla vittoria o al confronto con gli altri mina l’autonomia e genera ansia da prestazione, riducendo sia l’apprendimento sia il piacere.

In sintesi: ci divertiamo perché impariamo in un contesto che ci permette di esplorare senza paura eccessiva del fallimento. Più impariamo in questo modo, più il divertimento aumenta, creando un circolo virtuoso.

Applicazioni al tennis giovanile

Nel tennis (e in molti sport) si commette spesso l’errore di anticipare troppo la logica del risultato adulto. Obiettivi come “vincere la partita”, “essere il primo della classifica” o “non deludere” vengono introdotti quando il processo di apprendimento tecnico-tattico è ancora molto aperto.

Questo ha due effetti negativi documentati:

  • Riduce i “gradi di libertà” del giocatore (meno sperimentazione, più rigidità).
  • Introduce ansia che interferisce con l’apprendimento motorio e decisionale.

La ricerca di Jean Côté sul Developmental Model of Sport Participation mostra che, nella fascia 6-12 anni circa, la prevalenza di deliberate play (giochi informali, modificati dai bambini stessi, orientati al divertimento) rispetto alla pratica strutturata e alla competizione precoce favorisce:

  • Maggiore permanenza nello sport a lungo termine
  • Migliore sviluppo di competenze trasferibili
  • Minore rischio di burnout e dropout

Non si tratta di eliminare la competizione, ma di introdurla in modo graduale, proporzionato e multiplo. Classifiche parallele (tecnica, fair-play, miglioramento, divertimento), tornei a tema, partite modificate (regole semplificate, campi più piccoli, punteggi alternativi) permettono ai bambini di sperimentare il confronto senza che diventi l’unico metro di valutazione.

Implicazioni pratiche per allenatori e genitori

  • Priorità all’esplorazione: nelle fasi iniziali, privilegiare esercizi giocosi, variabili, con alto tasso di successo e possibilità di scelta.
  • Feedback orientato al processo: “Come hai sentito il contatto?” invece di “Bravo, hai vinto il punto”.
  • Gestione della competizione: introdurla quando il giocatore ha già un repertorio tecnico-tattico sufficiente e una certa stabilità emotiva. Usare formati che valorizzino diversi tipi di successo.
  • Ruolo dell’adulto: l’allenatore e il genitore non sono arbitri del risultato, ma facilitatori dell’ambiente di apprendimento. Il loro compito principale è mantenere alto il livello di autonomia e sicurezza psicologica.

Quando un tennista acquisisce una tecnica efficace in modo ludico e significativo, la vittoria (quando arriva) diventa una conseguenza naturale delle competenze sviluppate, non il fine ultimo. È esattamente ciò che accade nel mondo animale: il felino che ha giocato a mimetizzarsi e inseguire diventa un cacciatore efficace.

Conclusione

Il divertimento non è l’opposto dell’impegno né un lusso. È il segno che il sistema sta apprendendo in condizioni ottimali. Nel tennis, come nella vita, chi impara divertendosi sviluppa non solo competenze tecniche, ma anche autonomia, resilienza e un rapporto sano con lo sport, e con se stesso.

L’obiettivo pedagogico più alto non è formare il tennista che vince di più a 12 anni, ma quello che a 25, 35 o 50 anni continua a giocare con piacere e competenza, perché ha imparato a trovare il divertimento dentro il processo di miglioramento continuo.

Il ragazzo che preferisce la Spinale Direttissima all’ottovolante ha capito (o sta capendo) una cosa fondamentale: il divertimento più profondo e duraturo è quello che dipende dalle proprie capacità acquisite, non da un meccanismo esterno.

giovedì 18 giugno 2026

L'estinzione dello stile: come l’omologazione dei campi uccide la "biodiversità"



Se pensiamo alla biodiversità in biologia, la mente vola subito alle barriere coralline, alle foreste tropicali o ai deserti. Luoghi straordinariamente diversi che ospitano creature altrettanto uniche. Ma cosa c'entra questo con una racchetta e una pallina da tennis?

Molto più di quanto si pensi. Il tennis moderno sta vivendo una silenziosa crisi ecologica: la perdita della sua biodiversità tattica. E la colpa è della scomparsa dei confini.

La Lezione della Biologia: Il Caso delle Galápagos e i Confini Netti

In natura, la biodiversità non nasce nel caos uniforme. Si sviluppa e prospera solo se esistono ambienti nettamente distinti e separati da confini evidenti, rigidi e spietati.

Per capire questo meccanismo dobbiamo viaggiare fino all'arcipelago delle Galápagos (il cuore delle osservazioni di Darwin) e osservare le sue iguane. In queste isole convivono due specie strettamente imparentate ma totalmente diverse:

  • L’Iguana Terrestre: Vive nell'entroterra arido, ha una pelle giallastra, si nutre di cactus e ha zampe adatte a camminare sulla roccia.
  • L’Iguana Marina: È l'unico lucertolone al mondo che si immerge nell'oceano. È nera per scaldarsi subito al sole dopo il gelo del tuffo nell'oceano, ha artigli affilati per aggrapparsi alle rocce sferzate dalle onde e una coda piatta che usa come timone per nuotare e brucare le alghe sott'acqua.

Il segreto di questa diversità è un confine netto: l'oceano profondo.
Se le isole fossero collegate da ponti di terra o se il mare fosse profondo solo pochi centimetri, le due popolazioni continuerebbero a incrociarsi. I loro DNA si mescolerebbero continuamente, annullando le spinte evolutive. Probabilmente otterremmo un'unica specie di iguana "media", mediocre nel nuoto e mediocre sulla terraferma. Oppure un'iguana solo terrestre o una solo marina dipenderebbe dall'ambiente predominante. L'oceano, agendo come una barriera invalicabile, ha costretto l'iguana marina a una scelta radicale: adattarsi a un ambiente estremo o muorire. Una specie si evolve solo se si scontra con le regole rigide del proprio habitat. Ogni ambiente è un crivello che selezione le caratteristiche che meglio si confanno all'ambiente stesso.

L'Omologazione delle superfici: quando si getta un ponte sull'oceano

Nel tennis del passato, i tornei erano proprio come le isole delle Galápagos: veri e propri ecosistemi isolati da confini insormontabili. Tra l'erba di Wimbledon e la terra del Roland Garros non c'era una sfumatura, c'era un oceano biologico:

  • L'Erba (L'Ambiente Marino): Un fulmine verde. Rimbalzo nullo, pallina scivolosa che schizzava via. Un habitat che richiedeva un adattamento estremo, trasformando il tennista in un predatore d'area (i giocatori di serve & volley).
  • La Terra Battuta (L'Entroterra Arido): Una palude rossa. Rimbalzo altissimo, scambi infiniti, gioco più lento. L'habitat ideale per i maratoneti del fondo campo, resistenti e pazienti.
  • Il Cemento: Il compromesso perfetto per i grandi battitori e i giocatori d'anticipo.

Negli ultimi vent'anni, però, i custodi del tennis mondiale (spinti da esigenze televisive e commerciali) hanno preso una decisione: rallentare le superfici veloci e velocizzare quelle lente. L'erba è diventata più compatta e con un rimbalzo più alto, la terra più rapida, il cemento uniformato a una velocità standard.

In termini biologici, hanno gettato dei ponti di terra sull'oceano forse o hanno addirittura prosciugato. Comunque hanno eliminato i confini netti. Oggi, dal punto di vista del rimbalzo e della velocità, quasi tutti i campi del circuito si posizionano in una rassicurante (ma noiosa) "zona grigia" continentale. L'erba conserva ancora un pallido fascino, ma il prato sempre perfetto anche la domenica della finale trasmette nostalgia.

La crisi tattica e 'estinzione delle specie

Quando si distrugge la diversità degli ambienti e si cancellano i confini, si distrugge di conseguenza la diversità delle specie che li popolano. Il tennis ha così ottenuto la sua iguana "media" e iper-efficiente, portando all'estinzione degli stili di gioco alternativi:

  • L'estinzione dei "Mammut" della rete: Giocatori come Stefan Edberg, Pete Sampras o Patrick Rafter oggi non potrebbero sopravvivere. Senza un'erba davvero rapida e scivolosa che premi la verticalizzazione, attaccare a rete a ogni servizio è diventato un suicidio tattico. L'"iguana marina" del tennis si è estinta perché l'ambiente non richiede più quell'adattamento estremo per sopravvivere.
  • Il trionfo del "predatore alfa" unico: L'omologazione ha creato un'unica specie dominante: l'attaccante da fondo campo dai ritmi forsennati. Atleti straordinari, capaci di scivolare sul cemento come sulla terra, di colpire risposte vincenti anche sull'erba e sotenere ritmi da fondo anche sui prati, proprio perché le tre superfici oggi si assomigliano drammaticamente.
  • La perdita della plasticità evolutiva: un tempo, vincere il "Canale della Manica" (Roland Garros + Wimbledon nello stesso anno) era un'impresa leggendaria perché richiedeva una mutazione genetica e tattica notevole nel giro di tre settimane. Oggi la transizione è infinitamente meno traumatica, più semplice e più rapida da eseguire. Chissà cosa ne pensa Ivan Lendl, la nostra iguana di terra, che non riuscì mai ad adattarsi talmente bene all'erba da poter vincere Wimbledon.

Perché abbiamo bisogno di ritrovare i Confini

Il tennis moderno è atleticamente impressionante, ma rischia di diventare una monocultura. Se ogni partita, su ogni superficie, si riduce a uno scontro di logoramento da fondo campo, lo spettacolo perde la sua magia primaria: il contrasto di stili, lo scontro tra due evoluzioni diverse.

E' come se nello sci alpino decidessero allungare e ridurre le porte del gigante e aumentare le curve nella discesa libera lasciano solo un SuperG ibrido come unica gara. Perderemmo i discesisti e i gigantisti a favore di un ibrido e particolare Super G.

Per salvare la biodiversità del tennis e negli sport in generale non servono nuove regole sul punteggio o rivoluzioni nelle attrezzature forse è sufficiente restituire ai campi la loro identità estrema, lasciare differenze marcate tra le specialità. Dobbiamo ricostruire i confini tra gli ambienti. Solo permettendo alla terra di essere lenta e all'erba di essere brutalmente veloce, daremo nuovamente a specie tattiche diverse la possibilità di nascere, evolversi e meravigliarci.

giovedì 17 novembre 2022

Le aperture di dritto e rovescio

Non in senso classico.

Ampie, brevi, lineari o ovalizzate? Non parleremo di aperture in senso classico, ma dell'uso del braccio non dominate. Lasciamo alla personalizzazione e alla gestione tattica certe le scelte importanti ma non fondamentali come l'ampiezza e l'ovalizzazione.
Ci concentreremo sulla funzione del braccio sinistro per i destri e del destro per i mancini, la quale (funzione) rimane costante anche se l'intensità e la modalità del suo utilizzo possono variare. Alta, più bassa, breve, più lunga, amplissima ma è il braccio che non impugna la racchetta che partecipa attivamente per svolgere l'azione di apertura nel tennis. Almeno dovrebbe, perché non di rado molti si dimenticano di averlo e non lo usano sarebbe utile e funzionale.

Novak Djokovic. Dietro e in alto.

Oscillazione e rotazione.

Come è stato già ampiamente discusso possiamo ridurre ogni swing del tennis a due gesti fondamentali: un'oscillazione e una rotazione. Oscillazione del braccio racchetta dall'alto verso il basso e una rotazione del copro nella direzione della rete e del campo avversario. La mano che va sul cuore della racchetta o spara l'altra mano nei rovesci bimani svolge un ruolo preliminare essenziale per stabilire l'entità sia dell'oscillazione che della rotazione del busto.
Più il braccio è attivo maggiore sarà la su influenza. Nel rovescio tira un po' verso l'alto e all'indietro la racchetta e nel dritto spinge un po' verso l'alto e indietro.

Justin Henin

Questa azione consente di sfruttare maggiormente la discesa della racchetta e la rotazione del busto. Più la racchetta sarà in alto e maggiore sarà l'energia potenziale gravitazionale da sfruttare. Maggiore sarà la spinta indietro nel dritto e la trazione nel rovescio e maggiormente le spalle ruoteranno verso il fondo del campo, permettendo di avere un maggiore spazio per l'accelerazione della racchetta in successione alla rotazione del corpo in avanti.
Non dimentichiamo il braccio non dominate svolge un ruolo importante. Push back. Pull back. Spinge indietro e tira indietro dal cuore o dal manico come nel caso di Djokovic o di coloro che giocano il rovescio a due mani.

Roger Federer. Dietro e in alto.

Questa azione è comune a tutti i colpi; rovescio a una mano e a due, dritto e rovescio in back spin. In sostanza tutti i fondamentali da fondo campo. Ma svolge un'azione significativa anche nell'esecuzione delle volée seppur di minore rilevanza.
Consente di gestire l'ampiezza dell'oscillazione e della rotazione in avanti. Di conseguenza consente, in qualche modo, se saputa gestire, di gradualizzare la velocità del braccio racchetta con una gestualità dell'intero corpo e in decontrazione muscolare. Ogni giocatore troverà la propria personalizzazione del gesto cercano la comodità di esecuzione in base alle proprie caratteristiche.

domenica 23 ottobre 2022

Tre sono i modi con cui finisce il punto a tennis. Avete bisogno di tre velocità?


La distinzione tra i diversi modi di vincere o perdere un punto nel gioco del tennis fornisce molte indicazioni statistiche sul giocatore e sull’andamento delle partite, ma la classificazione tra vincenti, errori forzati ed errori non forzati presenta dei problemi poiché è soggetta all’interpretazione dell’uomo e non ci sono criteri oggettivi che possano distinguere chiaramente tra errori forzati ed errori non forzati. La situazione è chiara per i vincenti ma anche in questo caso il fatto che i colpi al servizio vengano conteggiati può distorcere la percezione degli aspetti tattici e tecnici quando lo scambio inizia e si allunga, per fortuna non è difficile separare le statistiche del servizio da quelle di gioco e comunicarle sia in modo separato che cumulato. “Siamo in grado di separare gli ace dai vincenti e i doppi falli dagli errori non forzati, ma non gli errori forzati alla risposta dagli errori forzati”. Jeff Sackmann.

Il problema degli errori forzati e non forzati è un problema di cui si parla e si scrive da molto tempo, ma con l’aggiunta dell’elemento “lunghezza dello scambio” e l’utilizzo dei dati raccolti con il Match Charting Project è possibile avere delle informazioni che ritengo utili per portare avanti alcune considerazioni. Naturalmente spunti e osservazioni non possono prescindere dall’occhio di un buon osservatore o di buon allenatore.

La possibilità, aggiuntiva, di distinguere tra errori forzati alla risposta ed errori forzati durante lo scambio, nonché l’eliminazione dalle statistiche dei doppi falli, ace ed errori forzati in risposta, sono fondamentali per impostare alcune considerazioni tecniche e tattiche relative al gioco. Si tratta di una classica situazione in cui la statistica può essere di supporto ad allenatori e giocatori.

Togliendo i dati del servizio quello che era un sostanziale equilibrio tra vincenti, errori non forzati ed errori forzati mostra un sostanziale sbilanciamento verso gli errori non forzati. Ovvero la maggior parte delle volte il punto di uno scambio termina con un errore non forzato. Per l’esattezza 45,8% delle volte. Gli errori forzati si riducono al 21,7% e i punti conclusi con un vincente rimangono costanti intorno con il 32,5%.

Per le donne ci sono alcune differenze: gli errori non forzati crescono fino al 49,4% i forzati scendono al 18,2% e i vincenti sono pressoché simili alle statistiche degli uomini attestandosi al 32,4%. Trovate le statistiche complete qui.

La maggior parte delle volte lo scambio si conclude con un errore non forzato è un dato incontrovertibile e accade anche tra i giocatori professionisti, ma questo non chiarisce le cause del fenomeno. Quali sono le modalità che inducono un errore non forzato? Ovvero perché i giocatori sbagliano colpi che sono considerati relativamente facili da eseguire? Ritengo che possiamo ridurre le cause a due principali:

1. Cercano di eseguire un vincente o indurre l’avversario a un errore forzato, aumentando il livello di rischio della propria esecuzione.

2. Hanno delle carenze tecniche.

Tra i giocatori di alto livello trascurerei il secondo fattore e mi concentrerei sul primo, perché non hanno, in linea generale, difetti macroscopici. Per quanto riguarda i giocatori di livello ricreativo sarà necessario agire sulla tecnica di base.

Il primo aspetto è strettamente legato al ritmo di gioco in sicurezza ed è in relazione con le caratteristiche dell’atleta e alla velocità di esecuzione. Ci soffermeremo sulla velocità di esecuzione. Possedere più velocità esecutive dei colpi è fondamentale per trarre giovamento agonistico dalle statistiche proposte.  Infatti se durante il palleggio siamo già vicini al limite massimo della nostra velocità controllabile ogni tentativo di accelerazione ulteriore, alla ricerca di un vincente, aumenterà le probabilità di incorrere in un errore. Non solo, ma essere troppo vicini ai propri limiti esecutivi aumenterà anche il numero di errori commessi durante il palleggio, i quali andranno ad aumentare il monte degli errori non forzati.

D'altro canto se il nostro avversario possiede più ritmi di gioco ed ha una palla relativamente veloce e consistente con una esecuzione che gli consente di accedere anche a velocità maggiori avrà un ritmo di scambio con meno margini di errore del nostro e nell’esecuzione dei vincenti potrà accedere ad un’accelerazione al di sotto del suo limite massimo. Questa condizione si traduce in una riduzione degli errori non forzati sia nello scambio sia quando c’è la ricerca di un colpo vincente.

Nell’allenamento è fondamentale ricercare ed allenare più ritmi di gioco, i quali, in teoria, possono essere infiniti e dovranno essere proporzionati al proprio livello.

Per ogni livello di gioco penso che si possano indicare tre ritmi di riferimento relativi.

Uno di attesa, che consente di aspettare l’errore non forzato dell’avversario con la massima sicurezza.

Un secondo con più di pressione, in modo da cercare di mandare l’avversario sovra ritmo nello scambio. Modalità di gioco in cui si ricerca un’intersezione tra gli insiemi dell’errore non forzato e di quello forzato. Non di rado di difficile classificazione. Ma anche in questa situazione si mantiene un buon margine di controllo esecutivo.

Un terzo, infine, di ricerca del vincente, condizione nella quale si alza il livello di rischio del proprio colpo.

E’ evidente che il ritmo di attesa di un professionista sarà più alto di quello di un giocatore di circolo e di conseguenza saranno più alti anche i ritmi esecutivi successivi.

Se il punto può terminare in tre modi diversi forse abbiamo bisogno di avere nel nostro bagaglio tecnico tattico almeno tre modi diversi di giocarlo.

Se la maggior parte dei punti termina con un errore non forzato dovremmo avere un ritmo di scambio, su cui fare affidamento, in cui il nostro margine di errore è inferiore a quello dell’avversario.

Quattro sono le variabili che influenzano l’acquisizione progressiva di questo tipo di abilità a tutti i livelli:

1. la struttura fisica connaturata;

2. il grado di preparazione atletica;

3. l’acquisizione e il miglioramento della tecnica esecutiva;

4. l’utilizzo di un’attrezzatura adeguata (la giusta racchetta da tennis).

sabato 22 ottobre 2022

I tennisti sono cresciuti, ma non si muovono come i giocatori di basket


L’altezza mediana è cresciuta di 2 cm tra gli uomini e 3.8 tra le donne tra il 1990 e il 2016. E’ cresciuto anche il numero dei giocatori molto alti. L’altezza è un vantaggio competitivo specialmente sulla prima di servizio anche se il vantaggio diminuisce in modo abbastanza evidente sulla seconda.

Anche nel tennis giovanile si è verificato questo cambiamento, con i giocatori alti che hanno raggiunto posizioni di metà classifica con più costanza.

Però se osserviamo il rendimento non sono i giocatori altissimi che vincono il maggior numero di Slam e mantengono un rendimento di gioco continuo. Roger Federer e Rafael Nadal sono  1,85m, Novak Djokovic è poco più alto (1,88), non raggiungono i picchi di Isner, Karlovic e Opelka. 

Inoltre “dal 1985 al 2016, l’altezza mediana dei primi 10 e dei giocatori tra la posizione 11 e la 100 era la stessa, 185 cm., ma negli stessi 32 anni, solo 3 titoli Slam (il 2.4%) sono stati vinti da giocatori alti almeno 196 cm (uno a testa tra Richard Krajicek, Juan Martin Del Potro e Marin Cilic), rappresentando solo il 7.7% dei primi 100 nel periodo preso in considerazione”. Wiley Schubert Reed.

Nelle donne le differenze si sentono maggiormente e le giocatrici più alte vincono di più al contrario di quello che accade nel circuito maschile. Come se ci fosse un range di rendimento ideale al di fuori del quale c’è un decadimento della prestazione ed essendo le donne generalmente più basse degli uomini il limite superiore è meno evidente di quello inferiore. Qui trovate un articolo dettagliato di cui ho riportato solo alcuni aspetti.

I vantaggi dell’altezza rimangono però evidenti fino a un certo punto e dovremmo cercare i motivi tecnici dei benefici e delle cause che sembrano imporre dei limiti, rendendo i vantaggi non lineari con il crescere dell’altezza stessa. Dobbiamo considerare almeno tre aspetti tecnici:

1. L’angolo di incidenza del servizio;

2. Il momento del braccio racchetta;

3. L’inerzia di tutto il giocatore. Perché anche il giocatore ha una propria inerzia che dipende dalla propria stazza, dal proprio peso. Quello di una guardia del football americano sarà sicuramente maggiore di quello di un mezzo fondista.

Mentre il primo punto è un vantaggio che sembra non presentare controindicazioni il secondo potrebbe avere dei pro e dei contro, con svantaggi che si evidenziano nelle fasi di gioco e non connessi all’esecuzione del gesto del servizio. Potrebbero esserci delle criticità su cui i giocatori molto alti devono porre attenzione in fase di allenamento e gestione tecnica dei colpi.

Infine il terzo, punto potrebbe rappresentare uno svantaggio negli spostamenti del giocatore, almeno nel tennis.

La considerazione principale che dovremmo tenere presente è che il servizio è l’unico colpo in cui il giocatore ha ogni variabile sotto controllo. Se si tolgono gli elementi atmosferici e ambientali, vento, sole e il comportamento del pubblico, il giocatore ha sotto controllo ogni variabile, compresa quella del tempo necessario per eseguire il servizio. Partiamo dal presupposto che l’introduzione relativamente recente dei 20 secondi sia un tempo sufficiente per i giocatori, affinché possano trovare la concentrazione necessaria per servire. Sono fermi, racchetta e pallina sono nelle loro mani.

L’angolo del servizio.

Lo ha sicuramente spiegato meglio di me Wiley Schubert Reed nell’articolo citato. Aggiungerei che nonostante non ci sia praticamente luce per schiacciare la pallina nel rettangolo del servizio, ovvero anche mettendo gli occhi nel punto di impatto il rettangolo non sarebbe visibile, ai giocatori alti e soprattutto a quelli altissimi si apre questa possibilità.

Ovvero c’è un’area in cui potrebbero, in teoria, schiacciare direttamente il loro servizio senza essere costretti ad utilizzare una parabola. Per avere lo stesso angolo “visuale” i giocatori più bassi dovrebbero posizionarsi molto all’interno del campo da gioco. 

"Tralasciando l’eventuale rotazione imposta alla pallina, affinché un giocatore di 183 cm serva a 193 km/h con lo stesso angolo di un giocatore di 196 cm, dovrebbe posizionarsi all’interno del campo a più di 90 cm dalla linea di fondo” W. S, Reed.

Il vantaggio è evidente anche se diminuisce sulla seconda palla, facendo emergere maggiormente le abilità nella risposta degli avversari, a causa della delicatezza del punto i giocatori sono più conservativi e si prendono meno rischi al servizio.

Il momento del braccio racchetta.

Quello che è un vantaggio all’impatto è uno svantaggio in preparazione. Nel momento della collisione è un vantaggio, perché significa che il braccio racchetta tenderà a mantenere il movimento che abbiamo deciso di dargli, imprimendo alla pallina la rotazione e la direzione volute.

Ma un braccio racchetta con alta inerzia tenderà a mantenere anche il proprio stato di quiete, pertanto sarà più difficile da accelerare. Questa difficoltà nel servizio è annullata, o molto limitata, perché il giocatore può prendersi il tempo e lo spazio per gestire il proprio gesto e trovare l'accelerazione che ritiene necessaria.

I problemi sono maggiori durante gli scambi e in risposta, quando si è costretti a correre, cambiare direzione e organizzare i colpi in tempi brevi. In queste situazioni un giocatore meno alto e, relativamente più brevilineo, potrebbe trovare il giusto compromesso che gli consente di essere competitivo in ogni fase del gioco, perdendo poco al servizio, o comunque meno di quanto perde un giocatore molto alto negli scambi e in risposta quando i tempi di gioco sono influenzati anche dagli avversari. Non si può avere tutto.

L’inerzia del giocatore.

I cestisti sono molto alti e molto agili. Fanno della destrezza e della fluidità dei propri movimenti non solo bellezza di gioco ma anche efficacia. Brad Gilbert sostiene che se un giocatore molto alto imparasse a muoversi come uno meno alto diventerebbe estremamente competitivo come non accade oggi.

Nel tennis non c’è ancora stato un giocatore alto 198 o 201 o 203 cm in grado di muoversi come un giocatore NBA, se ne arriva uno, allora siamo di fronte a un possibile vincitore di diversi Slam”.  Dichiarò Brad Gilbert.

Anche in questo caso, però, il paragone con il basket dovrebbe tenere conto del ritmo e della varietà di gioco che l’avversario può imporre in relazione all’inerzia del giocatore, nonché della natura stessa del gioco del tennis.

E’ incontestabile che un giocatore di basket sia molto alto, pesate, ma, al tempo stesso, armonioso nei movimenti; però è sempre lui quando gioca che decide come muoversi, dove muoversi e quando cambiare direzione.

Può gestire il proprio peso con più armoniosità perché può limitare fermate e ripartenze continue. Avendo la possibilità di scegliere dove cambiare direzione può gestire lo spostamento senza soste completi, senza “stop and go”, o, almeno riducendoli al minimo. Inoltre le fermate e le ripartenze nel tennis soffrono dell'incertezza della direzione di ripartenza, perché non è scelta dal giocatore ma dall'avversario. Un cestista ha in mente il percorso da fare un tennista invece dovrà attendere di vedere la direzione del colpo dell'avversario.

Nel tennis i giocatori sono condizionati molto di più negli spostamenti dalle scelte di gioco degli avversari, perché devono correre dove l’avversario ha indirizzato la palla e non, come nel basket, verso un punto fisso del campo, il canestro.

In queste condizioni la fluidità è difficilmente mantenibile perché si è chiamati, non di rado, a bruschi cambi di direzione sul posto. Un’alta inerzia è il nemico numero uno per coloro che devono fermarsi e ripartire. Anche un tir con rimorchio può sembrare fluido se può gestire i cambi di direzione senza soste, avendo lo spazio per mantenere una certa velocità, ma sembrerà lento e impacciato se costretto a fermarsi e riprendere velocità più volte in spazi brevi.

Nel tennis mantenere fluidità di movimento è molto più difficile a causa del ritmo e della natura del gioco, spesso non si può fare la strada più lunga tra un colpo e l’altro. Inoltre per colpire tutti i maestri suggeriscono di fermarsi per ridurre gli errori, sin da piccoli.

Soluzioni nei limiti del possibile.

All’inizio dell’oscillazione posteriore (backswing):

1. Sfruttare l’energia gravitazionale potenziale (caduta verso il basso).

2. Accelerare in successione gli assi corti: mano racchetta, avambraccio racchetta e poi braccio avambraccio racchetta. In modo che l’inerzia maggiore che possiede l’intero braccio con la racchetta possa agganciarsi alla velocità che la racchetta ha già preso.

Spostamenti:

utilizzare il più possibile un trasferimento del peso rotazionale e non lineare, in modo da mantenere una certa velocità in uscita dal colpo verso il centro del campo e in avanti, condizione che agevola la ripartenza ed evita di essere costretti a “stop and go” completi. Almeno per quanto possibile poiché per un passaggio dell’energia dal corpo al braccio-racchetta la rotazione va fermata. Un tipico esempio di come un trend evolutivo possa trovare dei limiti di sviluppo nelle condizioni ambientali di gioco.

giovedì 20 ottobre 2022

La volée: l'arte di deflettere

 

Le volée nel tennis sono un colpo diverso dai fondamentali da fondo campo. Non hanno bisogno di un’oscillazione ampia e veloce per riuscire al meglio, anzi l’utilizzo di un gesto ampio è uno svantaggio, comporta molti rischi. Nelle volée è importante il piazzamento, il quale si ottiene con una sapiente deflessione della traiettoria della pallina in arrivo.

Un’arte e una predisposizione mentale che il giocatore deve saper gestire mentalmente.

Non è richiesto nessun movimento eccessivo, nessun colpo violento, nessuno strappo esecutivo, nessun macroscopico movimento in avanti che potrebbe schiacciare la palla nella rete.

Un breve e calibrato movimento verso il basso conferirà alla racchetta la giusta inerzia per contenere la velocità e conferire alla palla una rotazione verso il basso. La direzione si dà con un accurato posizionamento del piatto corde, deflettendo la traiettoria verso l’area desiderata.

L’attenzione, pertanto, deve focalizzarsi sull’angolo di rimbalzo in uscita dall’ovale, cercando di sfruttare l’elasticità delle corde per far mantenere una certa velocità alla pallina. Precisione e controllo sono le due qualità richieste al giocatore, il quale deve essere in grado di passare mentalmente da un’azione di gioco più attiva ed esplosiva ad una che richiede una mobilità più fine di tutto il proprio corpo, perché anche l’azione delle gambe dovrà essere più equilibrata e orientata, maggiormente, alla ricerca di palla piuttosto che all’inizio di una catena cinetica.

La ricerca del colpo al volo dovrà essere eseguita in avanzamento, ma lo spostamento del peso in avanti non dovrà essere gestito in modo brusco. La stabilità della racchetta è più che sufficiente per un imprimere ritmo e velocità necessarie. Non c’è la necessità di tentare di spaccare la pallina. La posizione del campo da cui si eseguono le volée è avanzata e la palla deve percorrere meno metri anche se si tratta di una una prima volée di approccio la posizione del giocatore sarà nei dintorni della linea del servizio.

No strike, no swing.

La volée è l’arte di deflettere, da gestire con destrezza e gesti morbidi.

mercoledì 19 ottobre 2022

Come scegliere la racchetta da tennis: la più pesante che riuscite a gestire

La personalizzazione di Djokovic

Una racchetta leggera è una buona idea? No, è una pessima idea. Non mi dilungherò nella fisica e nelle formule, ci sono validi motivi ben elencati nel sito raquetresearch.info che evidenziano come una racchetta leggera, rigida e bilanciata in testa aumenti le probabilità di un’infiammazione del gomito a cui a aggiungerei problemi al polso e alla spalla. Ogni colpo del tennis è una collisione e in una collisione la massa è importante quanto la velocità. L’oscillazione della vostra racchetta può ruotare sul polso, il gomito o la spalla. Nel primo caso avremo un’oscillazione della racchetta e metà mano, nel secondo caso di avambraccio e racchetta e nel terzo di tutto il braccio più la racchetta. A parità di velocità l’inerzia aumenterà in relazione all’aumento della massa del pendolo. Un’oscillazione della racchetta alla mano avrà bisogno di maggiore velocità per avere la stessa inerzia di un’oscillazione alla spalla, perché il pendolo è più corto e privo della massa di braccio e avambraccio. La massa è una delle variabili, non solo la velocità. L’inerzia di un corpo in rotazione dipende anche dalla distribuzione della massa, perché la sua distanza dal punto fermo su cui ruota è calcolata al quadrato. Ma ora basta con gli accenni alle formule.

La Pro Staff S. Vincent di Pete Sampras

Quello che è opportuno evidenziare è che se togliete massa, per esempio scegliendo una racchetta più leggera, per mantenere la stessa inerzia dell’attrezzo all’impatto siete costretti ad aumentare la velocità. Siete in qualche modo vincolati alla velocità. Non vi potete permettere di rallentare: dovrete sempre oscillare al massimo della velocità se non volete incappare in un colpo più debole. Per farlo c’è bisogno di tempo e spazio per l'accelerazione.

Siccome il tennis è uno sport di movimento questo non sempre è possibile, per esempio quando si è in corsa o non si riesce a raggiungere in tempo e bene la pallina. In questi casi una racchetta più pesante può consentire di compensare la mancanza di velocità e avere un colpo efficace anche con uno swing più breve e quando si ha meno tempo a disposizione.

Inoltre, se avete avete tempo per l’esecuzione, una buona tecnica di accelerazione, con oscillazione e rotazione, vi consentirà di accelerare senza troppe difficoltà anche una racchetta più pesante.

Infine avete bisogno di stabilità sui colpi al volo, in cui il movimento è molto limitato. Anche in questo caso la massa della racchetta gioca in vostro favore. Si evita così di dover aggredire troppo la volée come si vede troppo spesso di questi tempi. I colpi al volo sono infatti l’arte di deflettere la traiettoria della palla nella zona desiderata. C’è bisogno di massa affinché un posizionamento accurato possa essere preciso, perché la velocità va a scapito dell’accuratezza.

Quanto deve essere pesante? La più pesante che si riesce a gestire. L’obiettivo dovrà essere quello di acquisire la tecnica per gestire il peso dell’attrezzo durante il gioco e non tanto quello di scegliere  la via che appare più semplice ma che in realtà più semplice non è.

Indicativamente non scenderei i sotto i 300 grammi senza corde, sia per i giocatori di circolo che per gli agonisti. Nel tennis di alto livello (professionistico o semiprofessionistico) la situazione non è diversa, anzi diviene ancora più evidente che c’è bisogno della massa per rispondere a colpi molto veloci e carichi di rotazioni. Lo indicano le personalizzazioni di molti giocatori professionisti i quali aggiungono peso per aumentare l’inerzia.

mercoledì 12 ottobre 2022

Il rovescio di Federer, Lendl e Edberg: equilibrio, catena cinetica e rotazione delle spalle


Nessuna rotazione? Fermi con il busto? Se sono le prime volte che giocate a Tennis un uso esclusivo del braccio può andar bene, ma a livelli agonistici non è un gesto che possa definirsi competitivo, è opportuno imparare a gestire uno swing più complesso.

Dopo i primi palleggi per prendere dimestichezza con il campo e la propria coordinazione occhio mano è necessario dedicarsi senza indugio a un gesto più articolato che prevedere la gestione di più parti del corpo.

Il breve filmato è tagliato all'altezza del busto, ma occorre tenere presente che l'energia di rotazione parte dalla spinta di gambe.

In particolar modo prenderemo in esame la rotazione delle spalle perché questo è un nodo cruciale dello swing, dove si può incorrere in fraintendimenti o incongruenze esecutive.

La rotazione delle spalle è necessaria in tutti i colpi fondamentali: dritto, rovescio e servizio. In questo caso prenderemo in esame il rovescio di Roger Federer, ma la dinamica principale si adatta anche agli altri colpi, compreso il rovescio a due mani.

L'elemento fondamenta è che per non interrompere la successione del trasferimento dell'energia cinetica al braccio quest'ultimo non deve anticipare la rotazione delle spalle. Deve rimanere "indietro" guidato dalle spalle nell'avanzamento.

Infatti se il braccio accelerasse muscolarmente anticipando le spalle la forza applicata al movimento del braccio racchetta dovrà, anche, in parte, essere utilizzata per far ruotare le spalle che sono rimaste ferme, o si muovono troppo lentamente. Questa condizione innesca un blocco di quella che viene chiamata "catena cinetica", perché il braccio anticipando la successione del trasferimento dell'energia, creerebbe una sorta di "catena cinetica inversa" che torna verso il busto in contrasto con quella che ha la sua origine dalla gambe e segue la successione gambe, tronco, braccio.

Una delle principali cause della perdita di equilibrio durante il colpo è proprio dovuta a questo aspetto. Infatti l'accelerazione di un braccio racchetta che non prende energia dal tronco, tenderà a trascinare il giocatore fuori equilibrio, in quanto l'energia che torna indietro dal braccio verso il corpo avrà come conseguenza quella di minare la solidità dei punti di appoggio (gambe e piedi).

Con la corretta gestione della catena cinetica, invece, nel momento in cui le rotazioni tendono a fermarsi non ci saranno forze disequilibranti da contrastare, perché l'energia sarà profusa nell'accelerazione del braccio racchetta.

Come si può vedere dal filmato Roger Federer è veramente un maestro in questo. In un primo momento si gira con il busto fino a rivolgersi verso gli spettatori sul fondo del campo. Il petto è quasi completamente rivolto verso di loro. Questo gli consente di avere molti gradi di rotazione del busto che gli permettono di avere un arco ampio per condurre il braccio all'impatto guidato dal tronco.
Ivan Lendl e Stefan Edberg


Quando la velocità di rotazione diminuisce e tende a fermarsi il braccio mantiene o prende (comunque si voglia dire in un linguaggio non tecnico) la velocità del busto. Come un oggetto o una persona che continua ad avanzare all'interno di un'auto durante la frenata. Il braccio racchetta è carico di energia cinetica che proviene dalla rotazione del giocatore, il quale a fine colpo si ritrova con le spalle che danno sugli stessi spettatori che prima potevano leggere la scritta sul davanti della sua maglietta.

La completezza, la fluidità e l'unità di questa esecuzione permettono al giocatore di avere un finale in cui è già pronto per la preparazione del colpo successivo.

In conclusione è opportuno iniziare il prima possibile a imparare a gestire questo tipo di dinamica esecutiva, perché ciò che si impara da ragazzi e da bambini possiede margini di miglioramento molto più ampi nel futuro.

In tutti i giocatori di alto livello questa rotazione è evidente, perché è una condizione necessaria per raggiungere determinati picchi di rendimento.

martedì 14 giugno 2022

Gambe, gambe, gambe, il timing e un guscio di noce


Guscio di noce
Nell’allenamento di oggi qualcosa sembrava sfuggire. Il braccio racchetta tendeva a chiudere in prossimità dell’impatto con la conseguenza che la pallina tendeva ad andare in rete. Le successive correzioni non avevano effetto. L'istinto in questo caso suggerisce di aprire il piatto corde verso il cielo con la conseguenza inevitabile di sbagliare in  lunghezza, se si mantiene la stessa velocità di esecuzione. Non sempre l’istinto porta buoni consigli. Rallentare la velocità del braccio racchetta non era quello che cercavamo stamani, anche se, in determinate situazioni di gioco può funzionare per portare a cassa una partita per i capelli.

Alla fine è stato l’occhio di mio figlio che ha suggerito quello che accadeva. “Babbo la prendi troppo avanti”.  Sì, colpivo troppo davanti con la conseguenza che il braccio iniziava già a chiudere per il semplice fatto che non può essere traslato in avanti, ma ruota su un punto; la rotazione più ampia è quella che avviene sull’asse della spalla, ma tentare di colpire troppo in avanti, senza essere arrivati bene con le gambe, comporterà che il braccio tenderà a chiudere e la pallina ad andare in rete. La successiva correzione comporterà il disastro in una competizione se non si hanno le idee chiare...

Sharapova fuori dal guscio

In questi casi è opportuno tornare al modello di riferimento. Il modello che abbiamo cercato di sviluppare in questi anni prevede un trasferimento dell’energia in fase di rotazione del corpo. La spinta rotazionale che parte dalle gambe si trasferisce al tronco che guida il braccio all’impatto.

Se accettiamo il modello come valido quattro sono le conseguenze: 1. Le gambe servono per arrivare bene sulla palla con una ricerca metodica;  2. Le gambe spingono in rotazione, non in avanti; 3. La spinta in rotazione non può prescindere da una spinta verso l’alto. Un po’ verso l’alto per ruotare. Si spinge per ruotare non tanto per avanzare. 4. Non c’è un vero e proprio trasferimento del peso in avanti, inteso in senso classico.

Una conseguenza è che la ricerca della palla deve essere ancora migliore, perché mancando una pura spinta in avanzamento al momento del colpo, l’assenza di uno spostamento in avanti fa sì che, nel caso in cui si è lontani dalla pallina, tenderemo a mandare il braccio in avanti per colpirla, ma il piatto corde chiuderà perché il braccio racchetta non può che ruotare sull’asse spalla e la spalla sta ruotando con il corpo. 

C’è un’altra soluzione che si può prendere in considerazione: quella di non avere troppa fretta nel colpire e aspettare che la palla si avvicini un po' di più a noi, in modo da evitare questa eccessiva ricerca in avanzamento. Come se un giocatore di baseball aspettasse un po’ la palla nella propria area di strike.

Questa è una delle maggiori difficoltà che un giocatore può trovare nei cambi di superficie, perché la velocità e il tipo di rimbalzo cambiano notevolmente e di conseguenza cambia il tempo di avvicinamento della pallina verso il giocatore. Timing!


Il cilindro
Se un tennista tende a ruotare sull’asse centrale del proprio corpo la propria area ideale di impatto è data dal cilindro che ha come raggio l’estensione del proprio braccio racchetta. Fuori da questo cilindro sarà necessaria una ricerca in avanzamento con il rischio aggiuntivo della perdita dell'equilibrio. Cercate di giocare nel vostro guscio di noce, perché la noce rappresenta l’area circolare di impatto ideale di ogni giocatore (credit powerfleil). Non forzate il vostro gioco, rimanete nel vostro guscio di noce.


venerdì 13 maggio 2022

La differenza del campione: fidati del modello, dimentica gli errori


Carlos Alcaraz lo abbiamo visto vincere in successione sul connazionale Nadal e Novak Djocovic nel Master 1000 di Madrid, ma soprattutto è stato possibile notare la sicurezza tecnica con cui ha affrontato i momenti delicati di due partite combattute ed incerte nel risultato.  Quest’anno ha già vinto quattro tornei di cui due sono Master 1000 (Rio De Janeiro, Miami, Barcellona e Madrid). Il salto di qualità rispetto agli anni precedenti è notevole, infatti nel 2021 i successi erano limitati al Challenger  di Oreiras, al torneo di Umago e alle Next Gen Finals, che, in questo caso sembrano essere state predittive.  Nel 2020 era uscito vittorioso dai tre Challenger di Alicante, Barcellona e Trieste; in più aveva inanellato due vittorie negli ITF di Manacor.  A cosa è dovuta la notevole differenza e la crescita così evidente del giocatore di El Palmar?

La scioltezza, la sicurezza delle esecuzioni e la continuità di gioco anche nei momenti delicati delle partite sono una caratteristica preziosa di questo atleta, il quale riesce a far sembrare i punti e i colpi che li compongono come un unico elemento. Non, quindi, una serie di esecuzioni in successione, ma un insieme atletico e armonico di colpi e spostamenti senza interruzioni apparenti, senza soluzioni di continuità.

Come si raggiunge tale sicurezza? Qual’ è il segreto di questa fluidità? Un aspetto da non sottovalutare, una volta acquisita la tecnica, è quello psicologico di riuscire  a dimenticare gli errori per continuare a rimanere concentrati sul gioco. Gli errori capitano, accadono, è opportuno dimenticarsene e rimanere focalizzati sulla partita. Recriminare su ciò che è accaduto ed è andato storto, è controproducente, drena risorse, induce distrazione, fa perdere il focus. Bisogna risalire in sella senza indugiare.

Ma l’aspetto mentale non è il solo a cui prestare attenzione, c’è un aspetto tecnico connesso ed essenziale che è mutuabile dagli sport ad alta velocità come la Formula 1.  Ad alte velocità il cervello umano non ha un chiaro feedback sull’errore commesso. Non riusciamo a capire con certezza cosa è andato storto. Un pilota che fa un’incidente a 200 chilometri orari non si rende conto con chiarezza di cosa è accaduto nello specifico, è quindi opportuno dimenticarsi dell’incidente per tornare a correre. Ripensare all’accaduto per cercare di capirne le cause non solo è inutile ma rischia di essere controproducente al fine di ritrovare sicurezza e scioltezza di guida.  Anche nella vita comune l’attimo in cui perdiamo il controllo, in un banale incidente, rimane quasi imperscrutabile. Cos’è accaduto? Cosa è successo? Attimi. 

La situazione non è diversa nel tennis se consideriamo che quasi ogni impatto, in situazioni di competizione ad alti livelli avviene a velocità superiori a 200 chilometri orari. Infatti per calcolare la velocità a cui avviene la collisione di un dritto o un rovescio dobbiamo sommare la velocità della pallina alla velocità del braccio racchetta, la quale supera i 90 chilometri orari anche in atleti non di livello internazionale. A queste velocità è inutile interrogarsi sulle cause dell’errore, la nostra mente non si rende conto di cosa è accaduto con precisione.  Dobbiamo dimenticare l’accaduto e continuare fidarci del modello esecutivo acquisito negli anni di allenamento. Si tratta di una capacità che si acquisisce con il tempo e che Carlos Alcaraz sembra avere interiorizzato con un’abilità non comune quando lo vediamo muoversi tra uno swing e l’altro psicologicamente impermeabile agli eventuali errori che si possono commettere. L’oblio per l’errore e la fiducia nel modello esecutivo è l’approccio mentale del campione.

Naturalmente per raggiungere certi livelli di sicurezza occorre allenamento ma anche la sicurezza tecnica che il modello esecutivo di riferimento acquisito poggi su fondamenta scientifiche e quindi certe. La fiducia nei colpi e la consapevolezza che quello che si andrà ad eseguire sarà il gesto migliore che si può fare in determinate circostanze derivano da un lungo processo di feedback in allenamento e da una visione razionale del modello esecutivo.

Il dubbio e l’incertezza saranno, al contrario, fonte di limitazioni, insicurezze ed errori che mineranno alla base ogni fluidità e scioltezza di gioco.  Imparare a fidarsi del modello esecutivo e dimenticare gli errori è una grande abilità dei campioni e degli atleti di alto livello; abilità che va curata e migliorata con il tempo e che deve poggiare su di una tecnica cristallina. Lo spagnolo sembra avere sviluppato una granitica sicurezza in questo senso, si vede dal suo atteggiamento in campo, dal modo in cui si muove, dalla prossemica, dalla morbidezza del gesto, che non è strappato ma deciso, sicuro.

venerdì 19 marzo 2021

Educare Mouratoglou. Come evitare il doppio moto pendolare e migliorare il proprio tennis

 


Mouratoglou nel filmato in fondo alla pagina sostiene che lo spin viene dato dall'azione della mano. In realtà si tratta di un grande malinteso nel tennis. Un errore di impostazione che rischia di innescare una serie di conseguenze che rallentano la crescita e precludono il miglioramento. Purtroppo questo approccio e certi fraintendimenti sono molto diffusi tra i maestri e i coach, questa condizione crea un blocco all'apprendimento che con il tempo si radica e su cui è poi difficile intervenire in futuro, perché viene automatizzata un'abitudine che ha dei limiti. Come si può vedere invece dal primo filmato, molto esplicativo, la rotazione alla palla e il tipo di colpo sono dati solo dall'angolo di rotazione del braccio e dall'orientamento della superficie che collide. Il back, il top spin, il servizio in kick, lo slice, la palla da sotto, il colpo piatto, il lungo linea, l'incrociato tutti i colpi sono riproducibili agendo su questi due fattori soltanto. La macchina infatti è priva di altre variabili che possono essere utilizzate come il polso, l'avambraccio o la mano i quali possono essere usati nell'immediatezza della collisione. Passare ore ad allenare un gesto sbagliato ci renderà bravissimi nell'eseguirlo ma i limiti tecnici del gesto diverranno i nostri limiti in futuro, impedendo altri miglioramenti. Interrogarsi sul perché dei 58 slam in tre (Federer, Nadal, Djokovic e pochi altri) significa anche chiedersi quanto sia diffuso e radicato un metodo che si basa su un evidente malinteso. Grazie a powerflail.com.

Ahi! Ahi! Ahi! Se mi dite cosa vendete magari evito di acquistarlo.



giovedì 4 marzo 2021

Comprendere lo swing e il servizio del tennis



Ogni swing nel tennis è l'insieme di una rotazione e di una oscillazione. E' fondamentale cercare di non contrastare la risultanza delle forze messe in atto dal nostro corpo. Questo per avere un movimento il più possibile fluido o decontratto. Ogni azione muscolare che tende a modificare la direzione del movimento rispetto alla risultanza delle forze non solo dovrà contrastare la pallina, che arriva ad una certa velocità, ma anche le forze azionate da noi stessi per accelerare il braccio racchetta. Un doppio sforzo, con un minimo risultato. L'intento di dirigere il colpo all'impatto è da evitare. L'impatto infatti dura pochi millisecondi. Non c'è tempo. Inoltre questo tentativo ci indurrà a modificare il movimento che avevamo preparato in precedenza con conseguente ricerca di una modifica in corso dello swing e quindi di contrasto rispetto a tutto ciò che avevamo fatto in precedenza. L'azione muscolare dovrà essere il più possibile in direzione del "naturale" senso dello swing per l'aggiunta di ulteriore velocità.

Le forze rotazionali, lo sfruttamento dell'oscillazione, ci consentono di svolgere lavori altrimenti impensabili, ma non possiamo ostacolarle. Sarebbe impensabile modificare la direzione della ruota da 40 libbre del filmato (quasi 20 chili) una volta sollevata con un solo braccio con minimo s sforzo muscolare. La ruota nella seconda parte tiene sollevati due chili solo con la propria rotazione, oltre a se stessa. Agire in modo diverso rischia di mettere in pericolo le parti più fragili del nostro corpo: le articolazioni. Polso. gomito, spalla. Pronazione e uso del polso sono da evitare se non seguono in scioltezza l'azione messa in moto dall'intero corpo, quando ormai l'azione di colpire è stata messa in atto con un asse di rotazione (appunto) il più centrale possibile rispetto al nostro corpo. Massimo raggio.

Anche questa è un'abilità che si allena con il tempo.

sabato 27 febbraio 2021

Dritto e rovescio accelerare in decontrazione muscolare

 

In questo video si vede chiaramente, come il braccio racchetta possa essere accelerato in decontrazione muscolare sfruttando la rotazione del corpo. Infatti il manichino non ha muscoli ma solo giunture e snodi. La condizione è quella di un oggetto più pesante, il corpo appunto, che ruota e trasferisce l'energia ad un oggetto più leggero come il braccio racchetta. Riuscire nel massimo trasferimento energetico non è semplice ma si può allenare come tutti gli aspetti atletici e sportivi. Questo consente l'accelerazione in decontrazione muscolare anche nei bambini i quali proprio per la loro natura non hanno ancora una muscolatura sviluppata. Questo permette uno sviluppo armonico di tutto il corpo (gambe, addominali, dorsali) evitando un'azione muscolare unilaterale. Negli adulti l'acquisizione di questo tipo di meccanica permette di avere un gesto più efficiente, una vita agonistica prolungata e meno dispendiosa.

In un gesto più agonistico è importante tenere in considerazione l'accelerazione in discesa nell'ovalizzazione del braccio racchetta. Il braccio quindi non è fermo ma ha già una sua velocità iniziale acquisita per forza di gravita all'inizio dell'oscillazione. Il corpo quindi per aumentare questa velocità deve avere una rotazione superiore in velocità a quella del braccio, in modo da trasferire questo surpllus al braccio racchetta nel momento in cui la rotazione si ferma. Se il braccio dovesse essere più veloce della rotazione del corpo il trasferimento non avverrebbe in modo completo e pieno, perché verrebbe contrastato dall'energia del braccio racchetta che tende andare verso l'interno. Saremo difronte a due forze contrastanti. Inoltre la rotazione del corpo permette di avere una postura che facilita l'anticipo del colpo in quanto al momento dell'impatto saremo rivolti verso la rete di metà campo.



venerdì 29 gennaio 2021

La soglia della miseria, i falsi problemi psicologici e la perfezione nel tennis

La soglia della miseria

Nell'allenare un atleta le difficoltà crescono insieme alle qualità dell'atleta stesso e delle sue abilità tecniche.

Se nell’apprendimento iniziale di una disciplina è possibile fare degli aggiustamenti macroscopici questo approccio diverrà sempre più difficile man mano che l'atleta avrà dei colpi efficaci che gli consentono di essere competitivo a livelli elevati.

Come accadeva nelle vecchie radio analogiche quando si cercava la sintonia di una stazione all’inizio ampi aggiustamenti sono fondamentali, ma man mano che ci si avvicina alla sintonia giusta questi cambiamenti avranno come unico effetto quello di far perdere la stazione. Non sentiremo più nulla e nulla è peggio di poco e male.

Saranno invece opportuni dei micro aggiustamenti di lieve entità, per consentire di avere la migliore ricezione e sintonia.

Quando si parla di affinare un colpo dobbiamo, pertanto, cercare di agire in modo attento e sottile in relazione alle variabili che abbiamo preso in considerazione negli altri articoli (massa, raggio, accelerazione). È ovvio che di fronte ad un atleta di livello internazionale toccare gli equilibri tecnici e di gioco può rivelarsi un rischio, poiché, essendo già ad un alto livello, anche un  minimo cambiamento potrebbe renderlo meno vincente, aumentando i margini di errore anche se di poco.

La situazione è invece diversa con coloro che sono agli inizi oppure hanno cominciato da poco l'apprendimento del gioco o l'attività agonistica.  In questi casi infatti dei cambiamenti anche consistenti, macroscopici, potrebbero essere opportuni al fine di consolidare gli aspetti basilari della tecnica. 

In entrambe le situazioni però è opportuno essere davanti a un modello tecnico di riferimento sicuro, che possa rappresentare le basi solide e incontestabili di riferimento. Tale modello dovrà rappresentare nella sua idealità i colpi perfetti, o almeno l'intelaiatura essenziale dei colpi perfetti. Dalla struttura generale ci si potrà allontanare per personalizzazioni, ma solo con piccoli aggiustamenti e lievi cambiamenti.

L’inizio di questo ragionamento si basa sul fatto che, al fine di avere delle solide fondamenta, i colpi ideali (perfetti) non devono essere soggetti all’opinione personale, alla doxa o all'improvvisazione, ma avere come riferimento solide basi scientifiche, razionali e necessariamente condivise sulla base di questi stessi principi.

La certezza dei modelli esecutivi, i quali possono essere leggermente differenti per ogni singolo colpo, avrà due vantaggi: il primo sarà quello di riuscire ad analizzare e migliorare i singoli colpi evitando cambiamenti troppo grossi negli atleti di alto livello; il secondo sarà quello di fornire il colpo perfetto da ricercare in ogni momento di gioco e che l'atleta si proporrà come finalità esecutiva da raggiungere. Una conseguenza indiretta sarà quella di eliminare le incertezze dovute a quelli che vengono definiti in modo vago problemi mentali. Infatti nel momento in cui la mente è impegnata nel ricercare l’esecuzione migliore seguendo la certezza del modello, sia l'aspetto psicologico del punto più o meno importante sia quello dell'errore casuale passano in secondo piano.

Infatti partendo dal presupposto che non possiamo vincere tutti i punti, tutti i game e tutte le partite l'obiettivo di gioco principale sarà quello di cercare di avvicinarsi il maggior numero di volte possibile alle esecuzioni perfette secondo il modello di riferimento.

In questo modo la concentrazione sarà focalizzata sempre sul singolo colpo e nemmeno sul singolo punto, perchè il punto è sempre la conseguenza di una successione di colpi. Ridurremo così in percentuale il numero degli errori, in modo direttamente proporzionale al numero di volte che colpiremo nel modo più corretto possibile. Aumenteremo il numero dei vincenti per le stesse ragioni.

Alcuni punti potranno andare male a causa dell’abilità dell’avversario, della sfortuna, dell'impossibilità di eseguire un colpo come avremmo voluto, ma questo non deve distoglierci dal nostro obiettivo principale che è quello di colpire con la migliore tecnica il maggior numero di volte possibile. Se lo facciamo più spesso del nostro avversario avremo un margine di errore inferiore sia negli errori gratuiti che nei colpi vincenti. Un margine percentuale anche piccolo consentirà di avere un vantaggio nel medio e lungo termine sul nostro avversario.

Se le cose vanno male non dovremmo pertanto preoccuparci della situazione più del dovuto, ma rimanere concentrati nella ricerca dell'esecuzione migliore, che si avvicini il più possibile alla perfezione. Il vantaggio esecutivo verrà comunque fuori nel lungo periodo anche se gli elementi accidentali o la sfortuna ne hanno impedito il manifestarsi. Se per esempio il nostro avversario ha una media di errori con il dritto del 20% ovvero sbaglia due colpi su 10 e la nostra tecnica ci consente di avere un margine di errore del 10% può capitare che nella prima mezz'ora di gioco il nostro avversario non sbagli mai e noi più del solito.

Dobbiamo però evitare di cadere in quell’aspetto psicologico che viene chiamato "soglia della miseria". Questa è una condizione resa nota dal giocatore di poker professionista Mike Caro in cui il disagio per le numerose perdite o le sconfitte è arrivato a un punto tale che non diamo più importanza emotiva alle sconfitte stesse, finendo per adagiarci.

Una situazione in cui diamo ormai tutto per perso e smettiamo di occuparci con la dovuta attenzione del lavoro che stiamo svolgendo. Invece anche piccole marginalità vengono fuori nel lungo periodo, pertanto è opportuno rimanere focalizzati nella ricerca dell'esecuzione migliore in ogni singolo colpo. I vantaggi, nel tennis quantificabili nel punteggio, potrebbero venire fuori tutti insieme anche inaspettatamente.

Uno dei segreti di questo sport risiede nella ricerca della perfezione del modello esecutivo e nella ricerca dell'esecuzione perfetta che si avvicini il più possibile al modello preso in considerazione.

Il risultato non è altro che la conseguenza di una serie di colpi eseguiti in modo più corretto rispetto al nostro avversario. Il nostro obiettivo non dovrà quindi essere quello di vincere il punto o più punti ma piuttosto quello di eseguire il colpo correttamente. Non dobbiamo essere orientati al risultato ma orientati all'esecuzione, qui e solo qui deve perseverare sia la nostra volontà che la nostra concentrazione.

Ovviamente potrà capitare di perdere, nessuno vince sempre. Ma se costruiamo un vantaggio tecnico esecutivo nel tempo, cercando sempre di migliorarci, questo vantaggio verrà fuori inevitabilmente. È una questione matematica e probabilistica.

Se le cose vanno male per troppo tempo dovremmo naturalmente rivalutare il nostro tipo di esecuzione, la nostra preparazione atletica la quale magari ci impedisce la corretta esecuzione perché poco allenati. Potremmo addirittura essere costretti a rivalutare il modello di riferimento dell'esecuzione, per questo motivo è fondamentale che questo si basi principi scientifici e razionali, come abbiamo fatto in questo blog. 

Una volta sicuri del modello non rimane che limare verso la perfezione, prima con macro e poi con micro aggiustamenti i quali innescano piccoli vantaggi forieri di grandi differenze e di grandi vittorie. 

Plays with whole body.

Massama massa, massimo, raggio, massima velocità


domenica 13 dicembre 2020

Tennis, gaussiane, vecchi adagi e velocità varie


Abbiamo già avuto modo di scrivere in merito a molti aspetti relativi all'importanza della velocità, della sua relazione con la massa ed anche del ruolo del raggio nel momento d’inerzia, ovvero quando il movimento è circolare.

Non è un caso che il sottotitolo del blog sia Massima Massa, Massimo Raggio, Massima Velocità, perché questi tre aspetti vanno presi in considerazione insieme ma la loro relazione non è intuitiva, nel senso che non possiamo aumentare il valore di uno senza avere conseguenze sui valori dell’altro. Non vanno molto d’accordo tra di loro: se aumentiamo la massa diminuisce la velocità a parità di forza applicata. Se aumentiamo il raggio aumenta l'inerzia, quindi anche la difficoltà di accelerazione dell’oggetto, perché questo tenderà a mantenere maggiormente la propria posizione di quiete o di moto. Non possiamo avere tutto dobbiamo scegliere la migliore relazione.

Se aggiungiamo la collisione e gli effetti sulla pallina in velocità (o RPM rivoluzioni per minuto) la questione si complica ancora un po’ perché la relazione non è lineare ma è rappresentata da una curva di Gauss, con due punti di minimo e uno di massimo. Anche in questo caso non possiamo avere tutto.

La tecnica di esecuzione ci aiuta ad ottimizzare il nostro gesto al fine di superare le tutte le difficoltà che abbiamo davanti, con l’obiettivo di portare all'impatto l’oggetto con maggiore inerzia. Ovvero quello con maggiore velocità, maggiore raggio e maggiore massa possibili.

Potranno esserci braccia e racchette che raggiungono lo stesso valore di inerzia con valori diversi dei tre aspetti. Una velocità maggiore può compensare una mancanza di massa e viceversa, lo stesso può dirsi per il raggio. Considerando il fatto che la distribuzione della massa va calcolata al quadrato usare o avere un braccio racchetta più lungo può compensare un peso minore del sistema o una sua velocità più ridotta.

L’effetto della collisione sulla palla è ancora un’altra cosa. Lo studio è un vecchio studio mutuato dal baseball e per semplicità dobbiamo mantenere costante il valore della tensione delle corde in modo che l’effetto trampolino rimanga costante. Quindi stesso tipo di corda alla stessa tensione. A questo punto sarà possibile indagare l’effetto del peso della racchetta nei confronti della velocità del braccio e sulla velocità della palla in uscita dal piatto corde (costante).

La prima relazione è lineare: più aumenta il peso più il braccio rallenta. Più leggera sarà la racchetta più veloce sarà il braccio. La relazione è indicata nel grafico della retta. Ci sarà un punto in cui la racchetta è talmente pesante che sarà impossibile accelerare e la velocità sarà pertanto zero. Con il peso della racchetta a zero, quindi senza racchetta, il nostro braccio sarà velocissimo, perchè si muoverà liberamente di essa.

La situazione cambia quando prendiamo in considerazione l’effetto sulla pallina. In questo caso la massima velocità non si ha quando la velocità è più alta e nemmeno quando è maggiore il peso della racchetta ma in un punto di massimo intermedio tra i due valori.

Questo ci dice che aumentando la massa della racchetta diminuirà la velocità del braccio ma l’effetto sulla palla sarà ottimale per quanto riguarda la sua velocità. La massa compensa ampiamente la riduzione di velocità del braccio, questo accade fino al punto di massimo che vediamo nella curva a forma di campana, dopodiché la velocità sarà troppo bassa per essere compensata dal peso.

Lo stesso accade nell’altra parte del grafico, verso sinistra. Con il peso della racchetta che diminuisce sempre di più l’aumento della velocità diventa improduttivo, perché non compensa la riduzione della massa.



“La più pesante che riuscite a muovere” era la frase che si sentiva spesso dai vecchi maestri la cui abilità empirica parlava proprio della curva di Gauss in modo meno preciso di quello matematico ma non meno efficace nello spiegare come ognuno dovrebbe scegliere la propria racchetta.

Sta poi all’abilità e alla sensibilità dei singoli giocatori trovare il proprio punto di massimo rendimento dell'attrezzatura, in base alla propria tecnica ed al proprio allenamento.

Le conoscenze tecniche, infatti, e la corretta esecuzione hanno il ruolo di trovare i metodi e le soluzioni per mantenere costante la velocità di un oggetto più pesante, rispetto ad uno più leggero, o addirittura di aumentare la velocità. Abbiamo già visto quali sono gli aspetti principali e imprescindibili dell’esecuzione tecnica che ci consentono di raggiungere questo obiettivo.

Ma questo grafico suggerisce anche un’altra cosa e conferma alcuni argomenti trattati.

Non cerchiamo di aumentare la velocità della testa della racchetta riducendo il raggio prima dell’impatto. Ovvero non ruotiamo l'avambraccio in pronazione o supinazione prima dell’impatto (dritto e rovescio) perchè questo gesto ha come effetto principale quello di ridurre il raggio e quindi la massa al momento della collisione.

Infatti, usando questo movimento, l’asse di rotazione si innesca all’altezza della mano (per l’esattezza a 5 cm dalla fine del manico della racchetta) riducendo di conseguenza la massa utile all’impatto. Abbiamo invece visto che l’effetto migliore non si ha quando la velocità è più alta a scapito della massa, ma quando la massa compensa una riduzione di velocità.

A livello professionistico è pur vero che si vedono di frequente colpi giocati di avambraccio, con asse di rotazione al gomito o al polso, ma ritengo che si tratti di colpi eccezionali, nonché dovuti a circostanze occasionali. Come un gol di tacco, seppur bello nella sua fantasiosità e particolarità non è da considerare la norma con cui impostare una partita; calciare punizioni o rigori.

Play with the whole body, swing from the shoulder.


giovedì 24 settembre 2020

Spalle attive o passive, manuali federali e vecchi suggerimenti

Il braccio di Roger rimane all'altezza della gamba destra,
non la supera se non dopo che il corpo si è girato. Le spalle guidano.

In un confronto, per altro breve come sempre di più accade nelle superficiali società moderne, ebbi modo di evidenziare alcune mie perplessità a un maestro di tennis che lavora per una nota accademia di cui per ovvi motivi non farò il nome.

L’oggetto della discussione era la rotazione delle spalle. Quando fu detto che la rotazione delle spalle seguiva l’accelerazione del braccio in fase di esecuzione del colpo (non di preparazione o apertura) feci presenti i miei dubbi.

Anche lasciando da parte l’aspetto delle leve vantaggiose che abbiamo analizzato in altri articoli, non riuscivo e non riesco a comprendere quale sia l’utilità di una rotazione delle spalle che segue l’avanzamento del braccio racchetta. Si tratterebbe di un movimento passivo che viene svolto solo per agevolare l'accelerazione del braccio e aumentare il raggio di esecuzione, ammesso che ne rimanga il tempo. Il movimento sarebbe più muscolare e non beneficerebbe a mio giudizio di una velocità aggiuntiva, che, anche se fosse minima, permetterebbe di avere qualche chilometro in più al momento dell’impatto. Sempre meglio partire con qualcosa in più piuttosto che in meno, o da zero.

In una successiva chiacchierata con un lanciatore del disco ci trovammo d’accordo che nel caso di un lancio in cui il braccio domina il movimento rispetto alle spalle ci troveremmo in una situazione in cui una parte dell’energia cinetica viene scaricata verso il corpo stesso. Come se fosse il braccio a lanciare il corpo con la conseguenza concreta di una riduzione delle prestazioni e di una perdita dell'equilibrio non trascurabile anche nel tennis.

Leggendo attentamente i testi della Federazione Italiana Tennis in cui si entra nel merito della catena cinetica di esecuzione del colpo, le perplessità non possono che rimanere tali, se non divenire certezze. Infatti se la catena cinetica parte dal basso, come scritto nei manuali, (gambe, anche, spalle) per profondere energia nel braccio racchetta, un anticipo di quest’ultimo che fa seguire la rotazione delle spalle, sarebbe un movimento che contrasta quello precedente interrompendo la catena.

Diversa è la situazione in cui le spalle ruotano attivamente trasferendo velocità al braccio verso l’esterno, come nei lanci. L’accelerazione muscolare del braccio può sempre avvenire dopo, partendo da una condizione migliore con la catena cinetica che trova il suo naturale svolgimento verso l’esterno e non verso l’interno quando la priorità dell'accelerazione parte dal braccio e rischia di scaricarsi sulle spalle.

Se un movimento sincrono può essere accettabile una rotazione passiva delle spalle ritengo che precluda l’esecuzione di colpi efficienti.

Nelle fasi di allenamento è quindi opportuno, a mio giudizio, porre attenzione a questo aspetto. Dopo che il braccio racchetta acquisisce velocità in discesa e deve risalire c’è ancora la possibilità di evitare un’azione muscolare evidente. In questa fase la rotazione del corpo, partendo dalle gambe per salire alle anche e alle spalle, permette di mantenere la velocità del braccio racchetta e in alcuni casi di incrementarla. Infatti come tutti i movimenti del nostro corpo può essere graduale: se il movimento avrà la stessa velocità di quella che il braccio racchetta ha già acquisito avremo un movimento sincrono, se è maggiore le spalle tenderanno a “trascinare” con sé il braccio facendogli guadagnare preziosi chilometri orari da sfruttare all'impatto. La catena cinetica non viene interrotta da forze contrastanti.

C’è da considerare anche un aspetto geometrico. Un'accelerazione repentina e muscolare del braccio tenderà a ridurre il raggio dell’esecuzione, perché questo si chiude su se stesso troppo presto con la conseguenza di un aumento dei margini di errore.

La rotazione in avanti delle spalle permette di avere un arco di esecuzione più ampio; il braccio racchetta può avanzare maggiormente. Questo accorgimento si sposa perfettamente con i suggerimenti dei “vecchi” maestri, i quali consigliavano di accompagnare la palla il più possibile ed evitare di strappare il movimento.

In realtà non vi è un “accompagnamento” nel senso vero del termine, perché la pallina  rimane sul piatto corde pochi millisecondi, ma l’esecuzione è più fluida, morbida e i margini di errore si riducono notevolmente.

Questi accorgimenti sono validi sia per il dritto che per il rovescio a due mani. Nel servizio queste dinamiche sono simili ma meritano un approfondimento data la natura particolare del colpo.

Se osserviamo la sequenza delle quattro immagini che ritraggono Roger Federer risulterà tutto molto chiaro. Come si vede dalle prime due immagini il braccio del giocatore svizzero non avanza rispetto all'asse delle anche e delle spalle. Rimane all'altezza della gamba destra. Il corpo invece ruota verso la rete. Il braccio non è da considerare attivo rispetto alle spalle e rimane nella stessa posizione relativa, fino a che il giocatore non si è completamente girato verso la rete, poi avanza con azione di spalla. Infatti al momento dell’impatto è più in là rispetto alla gamba destra. Per semplificare non è il braccio che trascina le spalle, ma sono le spalle che “lanciano” il braccio.

Anche testa della racchetta rimane indietro con il polso che si estende totalmente, ma anche questo fino all'impatto rimane nella stessa posizione, il polso non si muove, l’avambraccio non ruota se non dopo o nei momenti immediati dell’impatto. L’energia, quindi, si trasferisce in successione dal corpo al braccio alla racchetta con fluidità. L’intento è comunque quello di mantenere un asse di rotazione il più possibile lontano dal punto di impatto in modo da sfruttare tutta l’inerzia del braccio racchetta conferita da un raggio maggiore.

C'è da notare che la rotazione complessiva della spalle del giocatore svizzero è quasi di 180 gradi. All'inizio vediamo il petto e sul finale del colpo espone alla telecamera la schiena, quasi totalmente.

Un esercizio che penso possa essere utile è quello di concentrarsi sulla spalla del braccio non dominante (quella che non impugna la racchetta) durante l’esecuzione del dritto e del servizio e utilizzarla, con il braccio che tende a chiudersi diminuendo l’inerzia, in modo attivo come per tirare qualcosa verso di noi. Questo agevolerà la rotazione.

Ovviamente ogni atleta dovrà essere orientato, all'interno di un'intelaiatura generale, a trovare la propria comodità di gesto e gradualità di movimento che più gli si confà.