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mercoledì 2 settembre 2026

Il margine dell’1%: la fisica che separa un campione Slam da un buon professionista



Nel tennis si tende spesso a cedere al fascino del mito. Davanti alla regolarità disumana di certi campioni nei momenti di massima pressione e nei risultati, davanti all’incostanza di altri o ai cambiamenti repentini di una partita, la narrazione sportiva si rifugia in spiegazioni quasi metafisiche, arrivando a definire il tennis “l’opera del Diavolo”, per la sua capacità di punire il minimo sbandamento emotivo, ogni piccola distrazione e ogni minima disattenzione. La realtà, tuttavia, è meno diabolica e molto più affascinante: laddove la percezione vede la magia, la scienza applicata ai sistemi complessi rivela principi di fisica, neurologia e biomeccanica.


A decidere la traiettoria di una carriera non è un patto faustiano, ma una vera e propria biforcazione evolutiva guidata da un margine impercettibile: l’1% di errore.


La fisica della divergenza: pendolo Semplice vs triplo Pendolo


Per capire come nasce questa forbice, occorre osservare la biomeccanica dell'impatto. Ho già scritto in altri articoli di questo aspetto, quindi non mi dilungherò nella spiegazione e cercherò di evidenziare gli effetti sulle partite e sulla carriera di un tennista. Quando un tennista impatta la palla, il sistema braccio-racchetta può strutturarsi secondo due modelli dinamici:


  1. Il modello ad asse dominante sulla spalla (Pendolo Semplice): Gomito e polso mantengono vincoli stabili all'impatto. L'oscillazione ha un solo grado di libertà principale: il movimento è geometricamente pulito, prevedibile e facilmente calcolabile dal sistema nervoso.

  2. Il modello a rilascio anticipato (Triplo Pendolo): Gomito e polso (o avambraccio in pronazione supinazione), si sbloccano prima del contatto con la palla alla ricerca di una "frustata" con l’ultimo pendolo (la racchetta). Il sistema diventa a più gradi di libertà, trasformandosi in un classico sistema caotico.


Nei sistemi caotici vige la sensibilità estrema alle condizioni iniziali: una variazione infinitesimale nella posizione del corpo o nella spinta delle gambe produce traiettorie finali dell’ultimo pendolo oscillante (nel nostro caso della racchetta) drammaticamente divergenti. Poiché l'impatto dura appena 4-5 millisecondi e il segnale nervoso impiega tempi nettamente superiori per viaggiare, il cervello non può correggere il colpo "in corsa" (controllo feedforward). Su questo aspetto in futuro scriveremo della differenza tra lancio e colpo.


Ora ipotizziamo che questa instabilità caotica generi appena l'1% di errore marginale in più ogni 100 colpi. E’ una stima prudente che prende in considerazione che i pendoli (braccio, avambraccio e racchetta) non sono completamente liberi ma comunque vincolati dalla mobilità articolare. A prima vista potrebbe sembrare un'inezia, ma applicata ai numeri del circuito ATP produce un effetto valanga.


La matematica della biforcazione: i numeri nel circuito ATP


Analizzando le metriche ufficiali del tennis professionistico, emergono tre dati fondamentali:

  • Lunghezza media degli scambi: circa 4 colpi per punto (3,8 - 4,2).

  • Volume di colpi per match: tra i 300 e i 400 colpi attivi in un match al meglio dei 3 set, che superano i 600-700 colpi in uno Slam al meglio dei 5 set.

  • La regola del 54%: I dati statistici mostrano che la differenza tra vincere e perdere un match al massimo livello risiede in un margine ridottissimo. Chi vince la partita porta a casa mediamente solo il 53%-55% dei punti totali. In un match da 200 punti, la vittoria si decide su una forbice di appena 6-10 punti.




I Punti Chiave e il destino agonistico


I 4 o 7 punti persi in più a causa del "caos articolare" non si distribuiscono però in modo uniforme. Nel sistema di punteggio del tennis, non tutti i punti pesano allo stesso modo, pertanto cedere un 30-40 o un minibreak nel tie-break a causa di un piatto corde aperto o chiuso di mezzo grado, di un lieve ritardo o anticipo dell’oscillazione modifica drasticamente l'inerzia del match.


È qui che si compie la biforcazione evolutiva del tennista:


  • L'Atleta d'Élite (Vincitore di Slam): riducendo i gradi di libertà del braccio, mantiene un'oscillazione prevedibile. Anche sotto stress o dopo tre ore di partita, il suo margine d'errore rimane minimo. Quei 4-5 punti critici a match è più probbile che girano a suo favore, consentendogli di vincere i tornei e scalare la top 5 mondiale.

  • Il Giocatore di Medio Livello (Top 100): affidandosi all'illusione della frustata di polso o avambracio, introduce un fattore caotico che emerge immancabilmente nei momenti di stanchezza o pressione. Quei 4-5 punti persi per imperfezione geometrica intrinseca all’oscillazione trasformano una potenziale vittoria in una sconfitta, magari al secondo turno.


La scienza oltre il mito


Il tennis non è dominato da forze oscure né da un'imperscrutabile sorte divina. Non ci sono ritratti che invecchiano in soffitta con lo scopo di mantenere giovane il tennis di un giocatore. La differenza tra alzare un trofeo Slam e rimanere un ottimo giocatore da tabellone secondario sta nella capacità di governare la complessità.


Ridurre il caos e affidarsi alla geometria di un'oscillazione guidata non è un compromesso al ribasso, ma la scelta biomeccanica più lucida per trasformare la precisione in un vantaggio statistico costante e inoppugnabile, specialmente nei momenti cruciali di una partita e di una carriera.


domenica 16 agosto 2026

Il teorema del caos nel tennis: perché la "frustata" distrugge il timing e diamo la colpa al Diavolo

 Il miraggio del polso sciolto

Nella didattica del tennis moderno, il mantra del "polso sciolto" che frusta la palla all'impatto viene insegnato come il segreto per generare velocità e rotazione. Utilizzare l'ultimo snodo del polso per generare più velocità della testa della racchetta è un'idea intuitiva. Lo stesso Rod Cross professore di fisica presso l'Università di Sidney lo prende in considerazione per il suo modello di doppio pendolo e ottimizzazione dell'energia all'impatto. 

I campioni mimano spesso il gesto a vuoto del dritto, quando cercano il timing nella loro mente, eseguendo l'azione di polso e avambraccio. I giocatori di circolo o i ragazzi delle scuole imitano visivamente i gesti dei campioni, in quanto sono convinti che attivare precocemente gli snodi del braccio sia la chiave del successo. 

Tuttavia, la fisica e la matematica dei sistemi dinamici dimostrano l'esatto contrario per diversi motivi: cercare la frustata anticipata significa condannare il proprio tennis all'instabilità cronica.


La matematica del disastro: dal pendolo semplice al sistema caotico

Per comprendere l'errore e dove ci conduce, dobbiamo analizzare il braccio-racchetta come un sistema di pendoli collegati tra loro.


  1. Il modello cinematico corretto (Asse di rotazione sulla Spalla): quando il giocatore blocca temporaneamente il polso e il gomito prima dell'impatto, l'intera catena (braccio + racchetta) si comporta come un pendolo semplice. Il fulcro è unico (la spalla), il raggio è massimo. Il moto di un pendolo semplice è lineare, prevedibile e facilmente calcolabile dal cervello. Il _timing_ d'impatto diventa geometrico e costante.
  2. Il modello della frustata anticipata: Se il giocatore rilascia anticipatamente le articolazioni di gomito e polso prima dell'impatto, trasforma istantaneamente il braccio in un triplo pendolo composto (Spalla $\rightarrow$ Gomito $\rightarrow$ Polso(pronazione)/Racchetta).


In fisica teorica, mentre il pendolo singolo è regolare, il doppio pendolo e, in misura ancora più estrema, il triplo pendolo sono l'esempio da manuale dei sistemi caotici.

Perché il triplo pendolo distrugge il timing

Un sistema si definisce caotico quando mostra una _sensibilità estrema alle condizioni iniziali_. Significa che una variazione millimetrica o infinitesimale nella spinta delle gambe o nella posizione del corpo all'inizio del colpo, un live cambiamento in corsa dell'oscillazione, una diversa altezza di partenza dell'oscillazione, producono traiettorie finali della testa della racchetta completamente diverse e imprevedibili.

Nel triplo pendolo ad articolazioni rilasciate le oscillazioni del gomito influenzano quelle del polso, che a loro volta retroagiscono sulla spalla, un sistema di feed back retroattivi che implicano cambiamenti finali macroscopici. All'interno dei 5 millisecondi in cui avviene l'impatto con la palla, le variabili dinamiche diventano troppe e interconnesse in modo sensibile:

1. Bastano poche frazioni di secondo di ritardo nell'estensione del gomito per cambiare l'angolo di inclinazione del polso e di conseguenza quella della testa della racchetta.

2. La testa della racchetta di conseguenza non si muove più su un arco prevedibile, ma subisce fluttuazioni millimetriche della velocità tangenziale e dell'orientamento del piatto corde.

Il cervello umano, per quanto allenato, non possiede la capacità di calcolo neurale per correggere in tempo reale le fluttuazioni di un triplo pendolo caotico. Pertanto affidarsi a questo tipo di oscillazione per controllare i colpi diviene un'impresa titanica e destinata spesso al fallimento o ad una incostanza di gioco strutturale.

L'illusione dei campioni e la fatica degli amatori

A questo punto, però, dobbiamo porci una domanda: se questo sistema è caotico, come fanno i professionisti a mettere la palla in campo con tanta precisione e costanza? Come abbiamo analizzato e come emerge dai molti filmati in ultra slow mototion di Federer, Nadal, ma anche Sinner, Djokovic ed altri loro non usano il triplo pendolo all'impatto. I campioni bloccano l'asse sulla spalla e rilasciano i punti di snodo naturali (gomito e polso) solo _dopo_ che la palla è già decollata dalle corde, per pura esigenza di dissipazione dell'energia centrifuga.

Il dramma sia del tennista amatoriale che del professionista bloccato in un'involuzione tecnica o dallo scoglio dell'incostanza del proprio gioco, risiede molto spesso nel fatto che applica il modello caotico consciamente prima dell'impatto. Lo attiva perché crede sia la cosa giusta da fare. Per compensare il caos intrinseco e matematico del triplo pendolo e trovare il timing, l'atleta è costretto a uno sforzo di allenamento e a una azione muscolare inefficiente.

Dovrà colpire migliaia di cesti a settimana nel tentativo disperato di "calibrare" statisticamente l'errore. Attività che risulterà per altro vana in quanto il minimo cambiamento delle condizioni di gioco (temperatura, superficie, palle) e delle proprie condizioni atletiche influiranno sulla modifica del suo gesto e quindi sulla calibrazione del gesto stesso. Sopratutto se si considera che ogni oscillazioni parte da condizioni iniziali diverse. Nessuna giocatore arriva sempre nello stesso modo sulla palla o prepara il colpo in dinamica di gioco sempre nello stesso modo. Siccome questo tipo di caos e sensibile a minimi cambiamenti cercare il timing diviene un rebus impossibile da risolvere.

Il giocatore inoltre, quando sente di non essere in palla, quando vede che accumula errori di sincronizzazione dell'impatto, potrebbe essere portato a irrigidire la muscolatura all'ultimo millisecondo per "frenare" il caos, vanificando la decontrazione, infiammando i tendini e rischiando infortuni.

Il tennis efficiente non flirta con la teoria del caos, ma la evita. Non cerca di controllare i sistemi sensibili a minimi cambiamenti in una ambiente di gioco in cui i minimi cambiamenti sono ovunque, anche nel movimento del proprio corpo e nell'approccio dinamico, mai uguale, all'esecuzione dei colpi.

Sfruttare la caduta gravitazionale e spostare la catena cinetica sull'asse della spalla trasforma il colpo in un pendolo semplice, solido e riproducibile all'infinito. La nostra mente riesce a prevederne l'oscillazione e a calcolare meglio i tempi di impatto anche al variare di molte condizioni sia dell'atleta che dell'ambiente di gioco. Una palla con un rimbalzo più basso e più veloce o con un rimbalzo più alto costringe il tennista a modificare il proprio movimento di oscillazione e in un sistema a un singolo pendolo l'adattamento avviene più velocemente e con minori margini di errore.

La frustata, che tutti sembrano vedere è un effetto finale e passivo, un'illusione visiva a velocità normale, non è un'azione cosciente. Chi insegna il contrario non sta insegnando il tennis ma sta cercando di insegnare a gestire il caos. Non meravigliamoci se poi ci si appella al Diavolo per cercare una spiegazione alla complessità di questo gioco.

Aggiungerei che questo disguido nasce spesso anche dalla descrizione che alcuni campioni fanno delle loro sensazioni di gioco. Spesso descrivono un uso del polso o dell'avambraccio nel momento dell'impatto, ma anche qui le probabilità che si tratti di un'illusione sensoriale sono alte, perché l'impatto dura dai 4 ai 5 millisecondi e la trasmissione nervosa dalla mano al cervello dai 30 ai 50 millisecondi, quindi il nostro cervello interpreta come sensazione di impatto quello che avviene quando l'impatto è già avvenuto. Ma approfondirò la questione in un'altro articolo.


Oscillazione di un pendo singolo e di un triplo pendolo

Fig. 1 – Geometria dell'impatto vs Teoria del Caos.

A sinistra, la traiettoria pulita e geometricamente perfetta di un pendolo semplice: muovendo il braccio-racchetta con l'asse ancorato unicamente alla spalla, il percorso della testa della racchetta è un arco di cerchio costante, prevedibile dal cervello al millisecondo.

A destra, la simulazione fisica della traiettoria di un pendolo multiplo ad articolazioni rilasciate (spalla-gomito-polso). Le linee si sovrappongono in modo aggrovigliato e asimmetrico: basta una variazione infinitesimale all'inizio del movimento (la spinta del piede, una partenze leggermente più alta o più bassa o l'inclinazione diversa del busto) per far compiere alla punta della racchetta una traiettoria finale completamente diversa. È l'evidenza visiva del perché la frustata anticipata distrugga il timing e costringa il giocatore a colpire all'interno di un sistema caotico.

Fig. 1 – Scomposizione geometrica dello spazio di oscillazione della testa della racchetta.

- Asse delle Ascisse (Asse Orizzontale X): Rappresenta lo spostamento lineare avanti-indietro della testa della racchetta nello spazio aereo (misurato in metri, ponendo lo zero in corrispondenza del baricentro del corpo dell'atleta). Descrive la profondità e l'avanzamento del colpo prima e dopo l'impatto.

- Asse delle Ordinate (Asse Verticale Y): Rappresenta l'altezza geometrica della testa della racchetta rispetto al terreno (misurata in metri). Descrive la parabola del colpo, ovvero la fase di discesa (_backswing_) e la fase di risalita (_follow-through_).



Osservando i due modelli a confronto, la fisica geometrica svela l'inganno del tennis muscolare con rilascio anticipato di polso o avambraccio. 

Nel grafico di sinistra, il Pendolo Semplice (Asse Spalla) vincola le coordinate X e Y a una relazione trigonometrica rigida e perfetta. Ad ogni coordinata di avanzamento (X) corrisponde una e una sola altezza geometrica (Y) della racchetta. Il cervello del tennista deve calcolare una sola traiettoria prevedibile: il timing all'impatto (_) diventa nativo e matematicamente riproducibile.*

Nel grafico di destra, il Triplo Pendolo Caotico (Frustata Anticipata) spezza questo legame. A causa dei micro-rilasci di gomito e polso prima del colpo, la testa della racchetta si muove in una ragnatela di traiettorie asimmetriche. Nello stesso punto di avanzamento (X), la racchetta può trovarsi ad altezze (Y) e con inclinazioni del piatto corde totalmente differenti a ogni esecuzione. La sovrapposizione aggrovigliata delle linee dimostra graficamente l'impossibilità di stabilizzare il colpo: l'atleta non sta giocando a tennis, sta sfidando la teoria del caos.

Fabrizio Brascugli

mercoledì 8 luglio 2026

Il divertimento è funzione dell’apprendimento: perché il gioco libero costruisce tennisti migliori (e più felici)



Una prospettiva scientifica tra etologia, psicologia dello sport e didattica tennistica

Il divertimento nel tennis (e nello sport in generale) non è un “extra” piacevole da aggiungere all’allenamento. È il risultato naturale di un processo di apprendimento che avviene in condizioni di relativa libertà e bassa pressione sul risultato immediato.

Questa idea, che osserviamo spontaneamente nei bambini e negli animali, ha solide fondamenta scientifiche e importanti implicazioni pratiche per chi allena e per chi cresce tennisti.

Il gioco negli animali: un laboratorio naturale

Osserviamo un cucciolo di cane o un gatto che insegue una pallina o un gomitolo. Non sta cacciando per mangiare. Non persegue un obiettivo immediato di sopravvivenza. Eppure si impegna con intensità, ripetizione e piacere evidente.

Secondo Gordon Burghardt, uno dei massimi studiosi di play behavior, il gioco soddisfa cinque criteri principali: non è pienamente funzionale nel contesto in cui avviene, è spontaneo e piacevole, strutturalmente diverso dal comportamento “serio”, ripetuto, e compare quando l’animale è ben nutrito e privo di stress acuto.

Le funzioni del gioco sono molteplici ma indirette: sviluppo motorio, affinamento di schemi comportamentali, apprendimento sociale, flessibilità cognitiva. Uno scimpanzé che gioca con bastoncini non sta “allenando” l’uso degli strumenti per catturare le termiti; sta esplorando possibilità motorie e cognitive in un ambiente sicuro. Solo in seguito quelle competenze diventeranno utili.

Il divertimento, in questi casi, sembra essere il segnale che l’organismo sta operando in una zona di apprendimento ottimale: abbastanza sfida da essere stimolante, abbastanza libertà da non generare ansia.

Perché ci divertiamo quando impariamo (e viceversa)

La psicologia fornisce due quadri teorici particolarmente potenti.

La teoria del flow di Mihaly Csikszentmihalyi descrive lo stato di esperienza ottimale che si verifica quando le richieste della situazione sono bilanciate con le competenze del soggetto. In quel momento l’attività diventa autotelica: la si fa per il piacere intrinseco di farla. Nel tennis questo si traduce in sessioni in cui il giocatore è totalmente immerso nel colpo, nella traiettoria, nella tattica — senza pensare al punteggio o al giudizio esterno. Il divertimento è alto proprio perché c’è apprendimento in corso.

La Self-Determination Theory (Deci & Ryan) aggiunge che la motivazione intrinseca fiorisce quando vengono soddisfatti tre bisogni psicologici fondamentali: autonomia (sentirsi agenti delle proprie azioni), competenza (sentirsi efficaci) e relazione (sentirsi connessi). Un ambiente di allenamento troppo orientato alla vittoria o al confronto con gli altri mina l’autonomia e genera ansia da prestazione, riducendo sia l’apprendimento sia il piacere.

In sintesi: ci divertiamo perché impariamo in un contesto che ci permette di esplorare senza paura eccessiva del fallimento. Più impariamo in questo modo, più il divertimento aumenta, creando un circolo virtuoso.

Applicazioni al tennis giovanile

Nel tennis (e in molti sport) si commette spesso l’errore di anticipare troppo la logica del risultato adulto. Obiettivi come “vincere la partita”, “essere il primo della classifica” o “non deludere” vengono introdotti quando il processo di apprendimento tecnico-tattico è ancora molto aperto.

Questo ha due effetti negativi documentati:

  • Riduce i “gradi di libertà” del giocatore (meno sperimentazione, più rigidità).
  • Introduce ansia che interferisce con l’apprendimento motorio e decisionale.

La ricerca di Jean Côté sul Developmental Model of Sport Participation mostra che, nella fascia 6-12 anni circa, la prevalenza di deliberate play (giochi informali, modificati dai bambini stessi, orientati al divertimento) rispetto alla pratica strutturata e alla competizione precoce favorisce:

  • Maggiore permanenza nello sport a lungo termine
  • Migliore sviluppo di competenze trasferibili
  • Minore rischio di burnout e dropout

Non si tratta di eliminare la competizione, ma di introdurla in modo graduale, proporzionato e multiplo. Classifiche parallele (tecnica, fair-play, miglioramento, divertimento), tornei a tema, partite modificate (regole semplificate, campi più piccoli, punteggi alternativi) permettono ai bambini di sperimentare il confronto senza che diventi l’unico metro di valutazione.

Implicazioni pratiche per allenatori e genitori

  • Priorità all’esplorazione: nelle fasi iniziali, privilegiare esercizi giocosi, variabili, con alto tasso di successo e possibilità di scelta.
  • Feedback orientato al processo: “Come hai sentito il contatto?” invece di “Bravo, hai vinto il punto”.
  • Gestione della competizione: introdurla quando il giocatore ha già un repertorio tecnico-tattico sufficiente e una certa stabilità emotiva. Usare formati che valorizzino diversi tipi di successo.
  • Ruolo dell’adulto: l’allenatore e il genitore non sono arbitri del risultato, ma facilitatori dell’ambiente di apprendimento. Il loro compito principale è mantenere alto il livello di autonomia e sicurezza psicologica.

Quando un tennista acquisisce una tecnica efficace in modo ludico e significativo, la vittoria (quando arriva) diventa una conseguenza naturale delle competenze sviluppate, non il fine ultimo. È esattamente ciò che accade nel mondo animale: il felino che ha giocato a mimetizzarsi e inseguire diventa un cacciatore efficace.

Conclusione

Il divertimento non è l’opposto dell’impegno né un lusso. È il segno che il sistema sta apprendendo in condizioni ottimali. Nel tennis, come nella vita, chi impara divertendosi sviluppa non solo competenze tecniche, ma anche autonomia, resilienza e un rapporto sano con lo sport, e con se stesso.

L’obiettivo pedagogico più alto non è formare il tennista che vince di più a 12 anni, ma quello che a 25, 35 o 50 anni continua a giocare con piacere e competenza, perché ha imparato a trovare il divertimento dentro il processo di miglioramento continuo.

Il ragazzo che preferisce la Spinale Direttissima all’ottovolante ha capito (o sta capendo) una cosa fondamentale: il divertimento più profondo e duraturo è quello che dipende dalle proprie capacità acquisite, non da un meccanismo esterno.

giovedì 21 maggio 2026

Jannik Sinner: Red-Headed Terror is back; il terrore rosso è tornato

Ho fatto una discussione con Gemini sul "gene dei capelli rossi" l'efficienza dell'impatto e i campioni di tennis. Oltre alla sovra rappresentazione dei giocatori dai capelli rossi di 10 volte considerata solo l'era Open. (Quindi vostro figlio, se ha i capelli rossi, ha 10 volte in più la possibilità di fare bene nel tennis). Gemini ha suggerito che la maggiore densità ossea influisca sulla rigidità dell'avambraccio consentendo un super efficiente trasferimento del momento angolare. Quindi non solo maggiore peso, ma anche rigidità per un super impatto e un trasferimento eccezionale del momento angolare del braccio racchetta. Ora il romanzo La mano di Rod (2010) è pronto per aggiustamenti che lo renderanno ancora più unico e irripetibile. Ma nel confronto con gli editori vedo l'intelligenza umana arrancare e non poco.






Tutto ciò visto come sono stato ignorato per decenni dagli addetti ai lavori, editori e colleghi pone un problema serio in relazione al test di Turing, il quale prevede di dialogare con un essere umano e una macchina senza sapere chi sia l'uno o l'altra. Se i due sono indistinguibili di fatto non c'è differenza tra macchina e uomo. Il problema è che dal confronto molti esseri umani sembrerebbero loro delle macchine e pure guaste. Detto questo, possiamo affermare che "The Red-Headed Terror" is back. Il terrore rosso è tornato. Così infatti era soprannominato il campione Donald Budge per via della sua chioma di capelli rossa.

venerdì 24 marzo 2023

Il tennis sport del diavolo? Evitiamo il caos.


Il nostro braccio ha tre articolazioni: spalla, gomito, polso, in più c'è la possibilità di pronazione e supinazione dell'avambraccio. Se impugniamo un oggetto come una racchetta, l'utilizzo di queste articolazioni ha un effetto: quello di avvicinare il punto di rotazione al punto di impatto. Può capitare nel tennis di dover colpire in diversi modi ma più l'asse di rotazione è vicino all'impatto e maggiormente decresce l'inerzia, infatti il raggio dal punto di rotazione è calcolato al quadrato nella formula del momento di inerzia. Pertanto per compensare la riduzione del raggio sarà necessario aumentare notevolmente la velocità della racchetta sul punto di rotazione, perché la velocità non è calcolata al quadrato.

E' importante esserne consapevoli, ma c'è un inconveniente, in realtà sono più di uno ma ci soffermiamo su uno solo. Se oscilliamo liberamente utilizzando gli assi di rotazione naturali del nostro corpo (spalla, gomito, polso o pronazione) l'oscillazione del braccio racchetta è simile all'oscillazione di un doppio pendolo o di un triplo pendolo addirittura. Il moto del doppio pendolo è un moto caotico ad alte velocità, questo implica che è sensibile alle condizioni iniziali.

Ovvero l'oscillazione varia notevolmente al minimo cambiamento anche della velocità di esecuzione. Il rischio è che l'ovale della racchetta sia sempre in un punto diverso nel momento in cui ci aspettiamo la collisione. Questo può comportare notevoli problemi di timing, in quanto ci affidiamo a un moto caotico per svolgere un compito di precisione. Il motivo per cui molti giocatori a tutti i livelli indulgono nell'utilizzo degli assi di rotazione in fase di impatto (pronazione e polso) credo sia legato a una falsa sensazione dovuta al tempo di dimora della palla sul piatto corde. Nel momento della collisione la palla rimane qualche millisecondo sul piatto corde, qui si può avere la sensazione di utilizzare l'avambraccio o il polso anche quando l'oscillazione è avvenuta a un pendolo fino all'inizio dell'impatto.

Calcolo dello Swing Weight

Lo swing weigth è un dato importante. Viene calcolato fissando la racchetta a 5 cm dalla fine del manico. Fornisce l'inerzia della racchetta fatta oscillare su quel punto di rotazione. Perché fissata lì? E' uno standard di riferimento per fornire un dato tecnico (kg x cm2). Lo swing weight non è un'indicazione di gioco. Le case costruttrici non posso fornire dati con il braccio del giocatore: le braccia hanno diverse lunghezze, hanno differenti pesi. Se impugno una racchetta e la oscillo ad altezza spalla lo swing weight sarà dato dal mio braccio più la racchetta che impugno. Sarà sicuramente maggiore della racchetta che impugno da sola. Se la faccio oscillare sul gomito lo swing weight sarà dato dall'avambraccio più la racchetta.

Perché dovrei ridurre l'inerzia di un oggetto che collide spostando il punto di rotazione nelle vicinanze del manico con la pronazione o usando il polso? Lo s.w. si ridurrebbe a valori molto vicini a quelli della racchetta da sola e in una collisione serve inerzia. Si potrebbe obiettare che l'oscillazione di più pendoli serva per passare energia cinetica alla racchetta via via su assi successivi (braccio, avambraccio, racchetta), ma in questo caso il moto diviene quello del doppio pendolo, che come abbiamo visto è un moto caotico.

Perché utilizzare un moto caotico per un lavoro di precisione e poi dare la colpa al diavolo?


sabato 19 novembre 2022

Il successo passa dalla conoscenza, anche nello sport

Learning and Education
CC 2.0


Ogni atleta ha bisogno di feed back chiari su almeno tre aspetti fondamentali:

1) Il proprio fisico in relazione allo spazio di gioco;

2) esecuzione tecnica;

3) attrezzatura.

I tre aspetti si condizionano a vicenda, sono interconnessi. Una modifica dell'attrezzatura può ripercuotersi sull'esecuzione tecnica, così come può farlo una diversa preparazione atletica e una percezione diversa di se stessi nell'area di competizione.

Un cambiamento nella propria esecuzione può avere la necessità di essere accompagnato da una migliore o diversa preparazione.

Conoscere il proprio fisico, conoscere l'attrezzatura utilizzata, conoscere il proprio gioco.

Un atleta di livello internazionale non può fare a meno di queste qualità, le quali sono essenziali per tutti gli agonisti ed anche per i giocatori ricreativi con le dovute proporzioni.

Una delle situazioni più problematiche è quella che deriva dalla presenza di feed back ambigui, ovvero la difficoltà o l'impossibilità di distinguere la causa degli errori o di una o più prestazioni sottotono rispetto ai propri standard. Si ferma il processo di crescita, si insinua la sfiducia e si rischia l'involuzione.

Thomas Muster ne parlò in un'intervista alla BBC alcuni anni fa, quando dopo il successo al Roland Garros, nel 1995, il cambiamento della racchetta, finalizzato a giocare meglio sulle superficie veloci, innescò un processo di perdita di confidenza nelle esecuzioni. La transizione tra le due attrezzature non fu rapida e facilmente realizzabile come si poteva ipotizzare [Intervista a Muster].

Ne emerge che, nel tennis e negli sport in generale, la consapevolezza e l'incremento delle conoscenze sono divenuti e diverranno condizioni sempre più essenziali per le prestazioni degli atleti, ai quali sarà richiesto di sapere le basi sui materiali delle racchette, delle corde, conoscere un minimo i principi della fisica (momento elastico, momento d'inerzia, moto pendolare, il funzionamento delle leve). Sapere cos'è l'allenamento aerobico, quello anaerobico e quello in soglia. Conoscere il proprio vo2 max. Non perché ci sia un obbligo scolastico, ma perché un certo tipo di conoscenze di base sono utili nel caso in cui si debba comprendere meglio le cause delle proprie prestazioni, sia quando sono ottimali che quando appaiono al di sotto delle aspettative.

In linea generale si può affermare che gli sports crescono di complessità in base all'uso dell'attrezzatura e alla conformazione dell'aera di competizione o campo di gioco. Questo accade perché aumentano le variabili che influiscono sulle prestazioni del sistema atleta. Uno sciatore dovrà tener conto, oltre che del proprio fisico, degli sci, degli scarponi, delle lamine, del pendio di gara e del tracciato. Anche se ci sono ottimi ski man, al fine di fornire indicazioni essenziali dovrà avere un'infarinatura sulla preparazione degli sci. Troppo filo? Meno filo? Un maggiore o un minore angolo della lamina che effetti anno sulla sciata anche in base alle condizioni della neve?

Lo sport con meno variabili da questo punto di vista è l'atletica leggera, ma anche qui la complessità varia in base alla disciplina, perché ci possono essere attrezzature da utilizzare o presenti nell'area di competizione come nel caso della corsa ad ostacoli.

Nel tennis le conoscenze dovranno riguardare alcuni i principi della fisica relativi alle corde e alle racchette. Spesso nei circoli, per esempio, si sente utilizzare in modo improprio i concetti di leva o momento di inerzia. Per evitare fraintendimenti è opportuno invece essere il più precisi possibile e non dare nulla per scontato.

Un giocatore che conosce più cose è già un giocatore migliore. La mente umana lavora sulle conoscenze a livello inconscio anche solo per il fatto di essercisi imbattuta. Un atleta consapevole è un individuo che amplifica le proprie possibilità di successo e si mette nelle migliori condizioni per percorrere la strada di un'esperienza piena e soddisfacente.

E' in grado di correggere meglio gli errori, si rende conto quando e dove intervenire, ha una visione più chiara dei propri feed back di gioco, tecnici, atletici e di attrezzatura. Interagisce meglio con il proprio staff: preparatore atletico, mental coach, nutrizionista. Naturalmente la stessa avidità di informazioni è richiesta a tutto lo staff affinché la preparazione non soffra di ambiguità, che sono la ruggine negli ingranaggi di un giocatore.

Coloro che non si accontentano di esercizi ripetitivi, di un addestramento meccanico, ma scelgono un percorso di allenamento conoscitivo approfondito imparano prima, meglio, di più, e percorrono la strada verso il successo.

martedì 14 giugno 2022

Gambe, gambe, gambe, il timing e un guscio di noce


Guscio di noce
Nell’allenamento di oggi qualcosa sembrava sfuggire. Il braccio racchetta tendeva a chiudere in prossimità dell’impatto con la conseguenza che la pallina tendeva ad andare in rete. Le successive correzioni non avevano effetto. L'istinto in questo caso suggerisce di aprire il piatto corde verso il cielo con la conseguenza inevitabile di sbagliare in  lunghezza, se si mantiene la stessa velocità di esecuzione. Non sempre l’istinto porta buoni consigli. Rallentare la velocità del braccio racchetta non era quello che cercavamo stamani, anche se, in determinate situazioni di gioco può funzionare per portare a cassa una partita per i capelli.

Alla fine è stato l’occhio di mio figlio che ha suggerito quello che accadeva. “Babbo la prendi troppo avanti”.  Sì, colpivo troppo davanti con la conseguenza che il braccio iniziava già a chiudere per il semplice fatto che non può essere traslato in avanti, ma ruota su un punto; la rotazione più ampia è quella che avviene sull’asse della spalla, ma tentare di colpire troppo in avanti, senza essere arrivati bene con le gambe, comporterà che il braccio tenderà a chiudere e la pallina ad andare in rete. La successiva correzione comporterà il disastro in una competizione se non si hanno le idee chiare...

Sharapova fuori dal guscio

In questi casi è opportuno tornare al modello di riferimento. Il modello che abbiamo cercato di sviluppare in questi anni prevede un trasferimento dell’energia in fase di rotazione del corpo. La spinta rotazionale che parte dalle gambe si trasferisce al tronco che guida il braccio all’impatto.

Se accettiamo il modello come valido quattro sono le conseguenze: 1. Le gambe servono per arrivare bene sulla palla con una ricerca metodica;  2. Le gambe spingono in rotazione, non in avanti; 3. La spinta in rotazione non può prescindere da una spinta verso l’alto. Un po’ verso l’alto per ruotare. Si spinge per ruotare non tanto per avanzare. 4. Non c’è un vero e proprio trasferimento del peso in avanti, inteso in senso classico.

Una conseguenza è che la ricerca della palla deve essere ancora migliore, perché mancando una pura spinta in avanzamento al momento del colpo, l’assenza di uno spostamento in avanti fa sì che, nel caso in cui si è lontani dalla pallina, tenderemo a mandare il braccio in avanti per colpirla, ma il piatto corde chiuderà perché il braccio racchetta non può che ruotare sull’asse spalla e la spalla sta ruotando con il corpo. 

C’è un’altra soluzione che si può prendere in considerazione: quella di non avere troppa fretta nel colpire e aspettare che la palla si avvicini un po' di più a noi, in modo da evitare questa eccessiva ricerca in avanzamento. Come se un giocatore di baseball aspettasse un po’ la palla nella propria area di strike.

Questa è una delle maggiori difficoltà che un giocatore può trovare nei cambi di superficie, perché la velocità e il tipo di rimbalzo cambiano notevolmente e di conseguenza cambia il tempo di avvicinamento della pallina verso il giocatore. Timing!


Il cilindro
Se un tennista tende a ruotare sull’asse centrale del proprio corpo la propria area ideale di impatto è data dal cilindro che ha come raggio l’estensione del proprio braccio racchetta. Fuori da questo cilindro sarà necessaria una ricerca in avanzamento con il rischio aggiuntivo della perdita dell'equilibrio. Cercate di giocare nel vostro guscio di noce, perché la noce rappresenta l’area circolare di impatto ideale di ogni giocatore (credit powerfleil). Non forzate il vostro gioco, rimanete nel vostro guscio di noce.


venerdì 13 maggio 2022

La differenza del campione: fidati del modello, dimentica gli errori


Carlos Alcaraz lo abbiamo visto vincere in successione sul connazionale Nadal e Novak Djocovic nel Master 1000 di Madrid, ma soprattutto è stato possibile notare la sicurezza tecnica con cui ha affrontato i momenti delicati di due partite combattute ed incerte nel risultato.  Quest’anno ha già vinto quattro tornei di cui due sono Master 1000 (Rio De Janeiro, Miami, Barcellona e Madrid). Il salto di qualità rispetto agli anni precedenti è notevole, infatti nel 2021 i successi erano limitati al Challenger  di Oreiras, al torneo di Umago e alle Next Gen Finals, che, in questo caso sembrano essere state predittive.  Nel 2020 era uscito vittorioso dai tre Challenger di Alicante, Barcellona e Trieste; in più aveva inanellato due vittorie negli ITF di Manacor.  A cosa è dovuta la notevole differenza e la crescita così evidente del giocatore di El Palmar?

La scioltezza, la sicurezza delle esecuzioni e la continuità di gioco anche nei momenti delicati delle partite sono una caratteristica preziosa di questo atleta, il quale riesce a far sembrare i punti e i colpi che li compongono come un unico elemento. Non, quindi, una serie di esecuzioni in successione, ma un insieme atletico e armonico di colpi e spostamenti senza interruzioni apparenti, senza soluzioni di continuità.

Come si raggiunge tale sicurezza? Qual’ è il segreto di questa fluidità? Un aspetto da non sottovalutare, una volta acquisita la tecnica, è quello psicologico di riuscire  a dimenticare gli errori per continuare a rimanere concentrati sul gioco. Gli errori capitano, accadono, è opportuno dimenticarsene e rimanere focalizzati sulla partita. Recriminare su ciò che è accaduto ed è andato storto, è controproducente, drena risorse, induce distrazione, fa perdere il focus. Bisogna risalire in sella senza indugiare.

Ma l’aspetto mentale non è il solo a cui prestare attenzione, c’è un aspetto tecnico connesso ed essenziale che è mutuabile dagli sport ad alta velocità come la Formula 1.  Ad alte velocità il cervello umano non ha un chiaro feedback sull’errore commesso. Non riusciamo a capire con certezza cosa è andato storto. Un pilota che fa un’incidente a 200 chilometri orari non si rende conto con chiarezza di cosa è accaduto nello specifico, è quindi opportuno dimenticarsi dell’incidente per tornare a correre. Ripensare all’accaduto per cercare di capirne le cause non solo è inutile ma rischia di essere controproducente al fine di ritrovare sicurezza e scioltezza di guida.  Anche nella vita comune l’attimo in cui perdiamo il controllo, in un banale incidente, rimane quasi imperscrutabile. Cos’è accaduto? Cosa è successo? Attimi. 

La situazione non è diversa nel tennis se consideriamo che quasi ogni impatto, in situazioni di competizione ad alti livelli avviene a velocità superiori a 200 chilometri orari. Infatti per calcolare la velocità a cui avviene la collisione di un dritto o un rovescio dobbiamo sommare la velocità della pallina alla velocità del braccio racchetta, la quale supera i 90 chilometri orari anche in atleti non di livello internazionale. A queste velocità è inutile interrogarsi sulle cause dell’errore, la nostra mente non si rende conto di cosa è accaduto con precisione.  Dobbiamo dimenticare l’accaduto e continuare fidarci del modello esecutivo acquisito negli anni di allenamento. Si tratta di una capacità che si acquisisce con il tempo e che Carlos Alcaraz sembra avere interiorizzato con un’abilità non comune quando lo vediamo muoversi tra uno swing e l’altro psicologicamente impermeabile agli eventuali errori che si possono commettere. L’oblio per l’errore e la fiducia nel modello esecutivo è l’approccio mentale del campione.

Naturalmente per raggiungere certi livelli di sicurezza occorre allenamento ma anche la sicurezza tecnica che il modello esecutivo di riferimento acquisito poggi su fondamenta scientifiche e quindi certe. La fiducia nei colpi e la consapevolezza che quello che si andrà ad eseguire sarà il gesto migliore che si può fare in determinate circostanze derivano da un lungo processo di feedback in allenamento e da una visione razionale del modello esecutivo.

Il dubbio e l’incertezza saranno, al contrario, fonte di limitazioni, insicurezze ed errori che mineranno alla base ogni fluidità e scioltezza di gioco.  Imparare a fidarsi del modello esecutivo e dimenticare gli errori è una grande abilità dei campioni e degli atleti di alto livello; abilità che va curata e migliorata con il tempo e che deve poggiare su di una tecnica cristallina. Lo spagnolo sembra avere sviluppato una granitica sicurezza in questo senso, si vede dal suo atteggiamento in campo, dal modo in cui si muove, dalla prossemica, dalla morbidezza del gesto, che non è strappato ma deciso, sicuro.

lunedì 14 febbraio 2022

Come non giocare a tennis contro il caos

Doppio pendolo. Fonte Wikipedia

Conversazioni con Ale sul movimento del doppio pendolo:

- vedi non è preciso come il moto di un pendolo singolo.

- babbo, all'inizio insomma, poi impazzisce.

- come certi tennisti che lo giocano.

Se stringete la racchetta e accelerate di forza, giocate di forza. Se rilasciate prima dell'impatto si tratta di doppio moto pendolare. Moto caotico ad alte velocità. L'asse di rotazione è troppo vicino alla mano, il raggio rischia di essere corto, l'inezia di impatto diminuisce. Con il rilascio dell'ultimo pendolo la racchetta seguirà oscillazioni imprevedibili e soggette a cambiamenti macroscopici come evidenziato dalla gif di Wikipedia. Liberissimi di continuare a battere la testa nei muri, ma non cercate di trascinare gli altri con voi. E auguri per un'ottima scalata del ranking.

Se invece allenate uno swing a un pendolo state allenando un movimento prevedibile in ogni fase dell'oscillazione. Se allenate un gesto a doppio pendolo l'oscillazione della racchetta è soggetta a cambiamenti evidenti in relazione ad ogni minimo cambiamento della velocità di esecuzione e/o della distribuzione del peso nei pendoli. Cercare la precisione della collisione diviene molto più difficile nel secondo caso ed i margini di errore aumentano. Si diventa bravi in ciò che si allena quindi è meglio allenare il gesto con il minore margine di errore.

Il problema è che i fisici temono che rubi loro il lavoro e i maestri di tennis pensano la stessa cosa. Però qualcuno doveva provare a mettere insieme le due cose anche se non si vive bene su una linea di confine (vedasi Ucraina). Ora la prima domanda è: dove posso avere un movimento libero, un'accelerazione disordinata, al limite del caotico, per prendere velocità pura? La risposta è nel backswing. In questa fase posso accelerare senza curarmi troppo della posizione della racchetta.

Dove ho invece bisogno di maggior controllo? Nel momento dell'impatto e negli attimi precedenti ad esso. Ora noi conosciamo due moti: il primo disordinato (doppio pendolo); il secondo ordinato (pendolo singolo). Quale scegliereste per le due operazioni? Caotico nel backswing cercando poi di unire il movimento in un singolo pendolo all'impatto (meglio con asse spalla, ma va bene tutto in dinamica di gioco). Così a occhio. Non è un gesto atletico facile. No.

Inoltre ci sono due modi principali per giocare un pendolo: il primo prevede un'accelerazione muscolare stringendo la racchetta ma senza il rilascio per cercare un colpo di frustra al momento dell'impatto; il secondo è quello descritto sopra ed è il più difficile perché sfrutta la libertà di accelerazione in decontrazione nella fase posteriore dello swing. Ma nel momento dell'impatto una presa salda dovrà evitare l'oscillazione libera della racchetta. Il momento del rilascio avviene dopo la collisione o nel momento della collisione. Il suggerimento dei maestri vecchia scuola torna sempre utile (accompagna, pensa di colpire non una ma tre palline). Questo chiarisce come l'esperienza cinestetica di pratica di gioco si accompagna con conoscenze tecniche e teoriche. Se due strumenti diversi ci forniscono la stessa descrizione della realtà saremo molto più sicuri della realtà stessa. L'indicazione è valida per i tre fondamentali: dritto, rovescio, servizio.

Il miglior modo per unire i pendoli è utilizzare la rotazione del busto per guidare il braccio all'impatto.

C'è già un'avversario dall'altra parte della rete, evitiamo, non diamogli un altro alleato.

martedì 21 settembre 2021

Ancora Agassi, Vic Braden e la falsa sensazione dovuta al tempo e allo spazio di dimora della palla sul piatto corde

Rublev entrata dell'impatto

In inglese è Dwell Time ovvero tempo di dimora. Si tratta del tempo che la pallina rimane sul piatto corde nel momento in cui viene colpita. È relativamente breve, anzi brevissimo. Pochi millisecondi: da cinque a sette a seconda della tensione delle corde. Si tratta del tempo, ma se abbiamo il tempo e la velocità possiamo calcolare lo spazio, perché la velocità è data dallo spazio diviso il tempo e quindi lo spazio si può trovare moltiplicando il tempo per la velocità.

Ho più che un sospetto che il grande dibattito sull’uso del polso e della pronazione, in modo attivo, al momento dell’impatto sia dovuto a una falsa sensazione del giocatore. Affidarsi solo alle sensazioni può essere controproducente, è quindi opportuno valutare questo aspetto secondo i principi del tennis scientifico per avere un impatto più efficiente coniugando massa, raggio e velocità del braccio racchetta.

Il dubbio viene anche perché sovente gli stessi giocatori professionisti nel mimare il gesto a vuoto del colpo di dritto, soprattutto dopo un errore, si soffermano sulla fase di rilascio dell’avambraccio, mimando una pronazione, quasi esasperata, per chiudere la faccia della racchetta verso il basso.

Tsitsipas, entrata dell'impatto, con palla già uscita.

È il vero modo con cui iniziano l’impatto? È utile dal punto di vista biomeccanico ridurre il raggio dell’oggetto che collide, diminuendone anche la massa e aumentando, forse, solo la velocità di un oggetto ridotto? Molto probabilmente no, per non dire sicuramente no. Ma è molto probabile che i giocatori non inizino l’impatto con questo gesto, nonostante possano avere la sensazione di farlo. L’azione è molto probabilmente posticipata nella fase immediatamente successiva della collisione: durante il tempo di dimora, che è anche uno spazio di dimora della pallina sul piatto corde. Perché se 5 ms possono sembrare pochi 15 cm possono sembrare sufficienti. Infatti se il nostro braccio racchetta procede a una velocità 100 km/h, dato il tempo di dimora di circa 5 o 7 ms, è molto semplice calcolare lo spazio durante il quale la pallina rimane sul piatto corde nell’esecuzione dello swing. Infatti essendo 100 km/h circa 27,7 m/s è facile osservare che il tempo percorso in 5 ms è di circa 0,13 m, poco più di 1 dm. Ovviamente maggiore sarà la velocità più lungo sarà lo spazio percorso durante un determinato periodo di tempo, ecco che 13 cm possono essere uno spazio sufficiente affinché un giocatore abbia la sensazione di passare sopra la palla con pronazione attiva, confondendo l’attimo della collisione con la durata brevissima della stessa. 

In questo caso la collisione avverrebbe con il massimo raggio, ad altezza spalla, e nel corso del tempo e dello spazio di dimora l’asse di rotazione tenderebbe a ridursi in virtù del rilascio dell’avambraccio e della pronazione lo stesso. L’entrata dell’impatto però è avvenuta con tutto il braccio racchetta che passa dal basso verso l’alto imprimendo rotazione alla palla e solo successivamente avviene la pronazione dell’avambraccio come bene evidenziato al maestro Vic Braden nella video analisi di André Agassi che abbiamo commentato anche su questo blog.

Non credo che il nostro cervello sia in grado di distinguere tra pochi millisecondi, la sensazione dell’impatto sarà quindi complessiva, un tutt’uno, e proprio per questo motivo rischia di essere fuorviante dal punto di vista esecutivo e tecnico. L’aspetto cinestetico non aiuta, a mio parere, in questo caso, perché non può esserci una manipolazione dell’impatto c’è solo la sensazione di averla.

Djokovic. Palla già uscita.

Questa condizione può portare con sé come conseguenza una serie di errori gratuiti ed una inconsistenza del nostro colpo, perché si cerca di riprodurre una sensazione distorta della realtà cercando di imprimere la rotazione alla pallina, o in alcuni casi la direzione, con una pronazione attiva dell’avambraccio, con un uso attivo del polso, tentando di manipolare l’impatto. Ovvero il giocatore cerca di colpire pronando con la conseguenza che anticipa il movimento dell’avambraccio ad una frazione di secondo prima della collisione o nell’attimo stesso della collisione e con questo poco tempo è pressoché difficilissimo, se non impossibile, controllare l’angolazione della faccia della racchetta. Il risultato nei casi migliori è un colpo debole, corto, senza energia. 

Per questo è fondamentale avere una visione razionale e scientifica estremamente chiara del dettaglio dell’esecuzione, andando ad indagare ogni singolo aspetto con un metodo analitico. Se la massima efficienza del colpo si ha coniugando la massa, il raggio e la velocità del braccio racchetta, indipendentemente dalla nostra sensazione di gioco, ogni giocatore dovrà ricercare l’impatto con la maggiore massa possibile, il maggior raggio possibile di esecuzione e la maggiore velocità di tale massa in relazione al raggio prescelto.

L’allenamento e gli ambiti di personalizzazione tecnica dovranno tenere conto di questi fattori in relazione alla comodità del gesto dell’atleta e al numero di errori commessi, ovvero la consistenza nel tempo dei propri colpi.

Giocate con l’intero corpo. Non tentate di manipolare l’impatto, non c’è tempo e lo spazio è poco per un’effettiva manipolazione, è sufficiente solo per una sensazione equivoca.


venerdì 19 marzo 2021

Educare Mouratoglou. Come evitare il doppio moto pendolare e migliorare il proprio tennis

 


Mouratoglou nel filmato in fondo alla pagina sostiene che lo spin viene dato dall'azione della mano. In realtà si tratta di un grande malinteso nel tennis. Un errore di impostazione che rischia di innescare una serie di conseguenze che rallentano la crescita e precludono il miglioramento. Purtroppo questo approccio e certi fraintendimenti sono molto diffusi tra i maestri e i coach, questa condizione crea un blocco all'apprendimento che con il tempo si radica e su cui è poi difficile intervenire in futuro, perché viene automatizzata un'abitudine che ha dei limiti. Come si può vedere invece dal primo filmato, molto esplicativo, la rotazione alla palla e il tipo di colpo sono dati solo dall'angolo di rotazione del braccio e dall'orientamento della superficie che collide. Il back, il top spin, il servizio in kick, lo slice, la palla da sotto, il colpo piatto, il lungo linea, l'incrociato tutti i colpi sono riproducibili agendo su questi due fattori soltanto. La macchina infatti è priva di altre variabili che possono essere utilizzate come il polso, l'avambraccio o la mano i quali possono essere usati nell'immediatezza della collisione. Passare ore ad allenare un gesto sbagliato ci renderà bravissimi nell'eseguirlo ma i limiti tecnici del gesto diverranno i nostri limiti in futuro, impedendo altri miglioramenti. Interrogarsi sul perché dei 58 slam in tre (Federer, Nadal, Djokovic e pochi altri) significa anche chiedersi quanto sia diffuso e radicato un metodo che si basa su un evidente malinteso. Grazie a powerflail.com.

Ahi! Ahi! Ahi! Se mi dite cosa vendete magari evito di acquistarlo.



giovedì 4 marzo 2021

Il dritto di Roger Federer nei canoni della scienza

Comprendere lo swing e il servizio del tennis



Ogni swing nel tennis è l'insieme di una rotazione e di una oscillazione. E' fondamentale cercare di non contrastare la risultanza delle forze messe in atto dal nostro corpo. Questo per avere un movimento il più possibile fluido o decontratto. Ogni azione muscolare che tende a modificare la direzione del movimento rispetto alla risultanza delle forze non solo dovrà contrastare la pallina, che arriva ad una certa velocità, ma anche le forze azionate da noi stessi per accelerare il braccio racchetta. Un doppio sforzo, con un minimo risultato. L'intento di dirigere il colpo all'impatto è da evitare. L'impatto infatti dura pochi millisecondi. Non c'è tempo. Inoltre questo tentativo ci indurrà a modificare il movimento che avevamo preparato in precedenza con conseguente ricerca di una modifica in corso dello swing e quindi di contrasto rispetto a tutto ciò che avevamo fatto in precedenza. L'azione muscolare dovrà essere il più possibile in direzione del "naturale" senso dello swing per l'aggiunta di ulteriore velocità.

Le forze rotazionali, lo sfruttamento dell'oscillazione, ci consentono di svolgere lavori altrimenti impensabili, ma non possiamo ostacolarle. Sarebbe impensabile modificare la direzione della ruota da 40 libbre del filmato (quasi 20 chili) una volta sollevata con un solo braccio con minimo s sforzo muscolare. La ruota nella seconda parte tiene sollevati due chili solo con la propria rotazione, oltre a se stessa. Agire in modo diverso rischia di mettere in pericolo le parti più fragili del nostro corpo: le articolazioni. Polso. gomito, spalla. Pronazione e uso del polso sono da evitare se non seguono in scioltezza l'azione messa in moto dall'intero corpo, quando ormai l'azione di colpire è stata messa in atto con un asse di rotazione (appunto) il più centrale possibile rispetto al nostro corpo. Massimo raggio.

Anche questa è un'abilità che si allena con il tempo.

venerdì 29 gennaio 2021

La soglia della miseria, i falsi problemi psicologici e la perfezione nel tennis

La soglia della miseria

Nell'allenare un atleta le difficoltà crescono insieme alle qualità dell'atleta stesso e delle sue abilità tecniche.

Se nell’apprendimento iniziale di una disciplina è possibile fare degli aggiustamenti macroscopici questo approccio diverrà sempre più difficile man mano che l'atleta avrà dei colpi efficaci che gli consentono di essere competitivo a livelli elevati.

Come accadeva nelle vecchie radio analogiche quando si cercava la sintonia di una stazione all’inizio ampi aggiustamenti sono fondamentali, ma man mano che ci si avvicina alla sintonia giusta questi cambiamenti avranno come unico effetto quello di far perdere la stazione. Non sentiremo più nulla e nulla è peggio di poco e male.

Saranno invece opportuni dei micro aggiustamenti di lieve entità, per consentire di avere la migliore ricezione e sintonia.

Quando si parla di affinare un colpo dobbiamo, pertanto, cercare di agire in modo attento e sottile in relazione alle variabili che abbiamo preso in considerazione negli altri articoli (massa, raggio, accelerazione). È ovvio che di fronte ad un atleta di livello internazionale toccare gli equilibri tecnici e di gioco può rivelarsi un rischio, poiché, essendo già ad un alto livello, anche un  minimo cambiamento potrebbe renderlo meno vincente, aumentando i margini di errore anche se di poco.

La situazione è invece diversa con coloro che sono agli inizi oppure hanno cominciato da poco l'apprendimento del gioco o l'attività agonistica.  In questi casi infatti dei cambiamenti anche consistenti, macroscopici, potrebbero essere opportuni al fine di consolidare gli aspetti basilari della tecnica. 

In entrambe le situazioni però è opportuno essere davanti a un modello tecnico di riferimento sicuro, che possa rappresentare le basi solide e incontestabili di riferimento. Tale modello dovrà rappresentare nella sua idealità i colpi perfetti, o almeno l'intelaiatura essenziale dei colpi perfetti. Dalla struttura generale ci si potrà allontanare per personalizzazioni, ma solo con piccoli aggiustamenti e lievi cambiamenti.

L’inizio di questo ragionamento si basa sul fatto che, al fine di avere delle solide fondamenta, i colpi ideali (perfetti) non devono essere soggetti all’opinione personale, alla doxa o all'improvvisazione, ma avere come riferimento solide basi scientifiche, razionali e necessariamente condivise sulla base di questi stessi principi.

La certezza dei modelli esecutivi, i quali possono essere leggermente differenti per ogni singolo colpo, avrà due vantaggi: il primo sarà quello di riuscire ad analizzare e migliorare i singoli colpi evitando cambiamenti troppo grossi negli atleti di alto livello; il secondo sarà quello di fornire il colpo perfetto da ricercare in ogni momento di gioco e che l'atleta si proporrà come finalità esecutiva da raggiungere. Una conseguenza indiretta sarà quella di eliminare le incertezze dovute a quelli che vengono definiti in modo vago problemi mentali. Infatti nel momento in cui la mente è impegnata nel ricercare l’esecuzione migliore seguendo la certezza del modello, sia l'aspetto psicologico del punto più o meno importante sia quello dell'errore casuale passano in secondo piano.

Infatti partendo dal presupposto che non possiamo vincere tutti i punti, tutti i game e tutte le partite l'obiettivo di gioco principale sarà quello di cercare di avvicinarsi il maggior numero di volte possibile alle esecuzioni perfette secondo il modello di riferimento.

In questo modo la concentrazione sarà focalizzata sempre sul singolo colpo e nemmeno sul singolo punto, perchè il punto è sempre la conseguenza di una successione di colpi. Ridurremo così in percentuale il numero degli errori, in modo direttamente proporzionale al numero di volte che colpiremo nel modo più corretto possibile. Aumenteremo il numero dei vincenti per le stesse ragioni.

Alcuni punti potranno andare male a causa dell’abilità dell’avversario, della sfortuna, dell'impossibilità di eseguire un colpo come avremmo voluto, ma questo non deve distoglierci dal nostro obiettivo principale che è quello di colpire con la migliore tecnica il maggior numero di volte possibile. Se lo facciamo più spesso del nostro avversario avremo un margine di errore inferiore sia negli errori gratuiti che nei colpi vincenti. Un margine percentuale anche piccolo consentirà di avere un vantaggio nel medio e lungo termine sul nostro avversario.

Se le cose vanno male non dovremmo pertanto preoccuparci della situazione più del dovuto, ma rimanere concentrati nella ricerca dell'esecuzione migliore, che si avvicini il più possibile alla perfezione. Il vantaggio esecutivo verrà comunque fuori nel lungo periodo anche se gli elementi accidentali o la sfortuna ne hanno impedito il manifestarsi. Se per esempio il nostro avversario ha una media di errori con il dritto del 20% ovvero sbaglia due colpi su 10 e la nostra tecnica ci consente di avere un margine di errore del 10% può capitare che nella prima mezz'ora di gioco il nostro avversario non sbagli mai e noi più del solito.

Dobbiamo però evitare di cadere in quell’aspetto psicologico che viene chiamato "soglia della miseria". Questa è una condizione resa nota dal giocatore di poker professionista Mike Caro in cui il disagio per le numerose perdite o le sconfitte è arrivato a un punto tale che non diamo più importanza emotiva alle sconfitte stesse, finendo per adagiarci.

Una situazione in cui diamo ormai tutto per perso e smettiamo di occuparci con la dovuta attenzione del lavoro che stiamo svolgendo. Invece anche piccole marginalità vengono fuori nel lungo periodo, pertanto è opportuno rimanere focalizzati nella ricerca dell'esecuzione migliore in ogni singolo colpo. I vantaggi, nel tennis quantificabili nel punteggio, potrebbero venire fuori tutti insieme anche inaspettatamente.

Uno dei segreti di questo sport risiede nella ricerca della perfezione del modello esecutivo e nella ricerca dell'esecuzione perfetta che si avvicini il più possibile al modello preso in considerazione.

Il risultato non è altro che la conseguenza di una serie di colpi eseguiti in modo più corretto rispetto al nostro avversario. Il nostro obiettivo non dovrà quindi essere quello di vincere il punto o più punti ma piuttosto quello di eseguire il colpo correttamente. Non dobbiamo essere orientati al risultato ma orientati all'esecuzione, qui e solo qui deve perseverare sia la nostra volontà che la nostra concentrazione.

Ovviamente potrà capitare di perdere, nessuno vince sempre. Ma se costruiamo un vantaggio tecnico esecutivo nel tempo, cercando sempre di migliorarci, questo vantaggio verrà fuori inevitabilmente. È una questione matematica e probabilistica.

Se le cose vanno male per troppo tempo dovremmo naturalmente rivalutare il nostro tipo di esecuzione, la nostra preparazione atletica la quale magari ci impedisce la corretta esecuzione perché poco allenati. Potremmo addirittura essere costretti a rivalutare il modello di riferimento dell'esecuzione, per questo motivo è fondamentale che questo si basi principi scientifici e razionali, come abbiamo fatto in questo blog. 

Una volta sicuri del modello non rimane che limare verso la perfezione, prima con macro e poi con micro aggiustamenti i quali innescano piccoli vantaggi forieri di grandi differenze e di grandi vittorie. 

Plays with whole body.

Massama massa, massimo, raggio, massima velocità


sabato 16 novembre 2019

Biomeccanica, big data, scienza e comodità del gesto nel tennis moderno

Lo step back di Curry
Il servizio di Danil Medvedev è stato messo a punto presso un’Università francese, dove al giocatore russo sono stati posizionati sul corpo circa 40 sensori per cercare di stabilire quale fosse il gesto più efficiente per il suo servizio e come potesse essere migliorato.
Siamo nell'era della biomeccanica, che è lo studio della meccanica di funzionamento del corpo umano. Ovviamente questa è in relazione al tipo di gesto e all'obiettivo che ci si propone di raggiungere con il gesto stesso, nel caso del tennis lo scopo è quello di riuscire a colpire una pallina, per mezzo di un’attrezzatura nonché riuscire a imprimere a questa pallina la velocità, la direzione e le rotazioni desiderate, cercando allo stesso tempo di compiere il numero minimo di errori.

È ovvio che tale obiettivo per essere raggiunto debba prendere in considerazione alcuni degli aspetti scientifici relativi alla fisica e alla scienza consolidata. Non possono esistere macchine artificiali o biologiche, meccaniche progettate o che si sono evolute, che prescindono dalle leggi fisiche. Possono invece esserci meccaniche o biomeccaniche più o meno efficienti in relazione a determinati principi e obiettivi, ovvero che gestiscono il lavoro da compiere con maggiore o minore sforzo perché non riescono, oppure riescono meglio, ad utilizzare alcuni aspetti della realtà che ci circonda.

In questo blog abbiamo analizzato alcune situazioni e abbiamo visto come si può sfruttare, per esempio, l’energia gravitazionale potenziale e convertirla in energia cinetica con la finalità di avere un’accelerazione braccio racchetta con maggiore decontrazione muscolare e tendinea. Abbiamo visto come sfruttare l’ampiezza del movimento, condizione che permette lo sfruttamento del quadrato della distanza dal punto di rotazione al fine di avere una maggiore inerzia all'impatto.
Tennis e big data
Abbiamo anche evidenziato come nel momento in cui il braccio racchetta deve risalire e andare in avanzamento, dopo la discesa, la rotazione di anche e spalle, come una coppia di forze di una leva vantaggiosa permette il mantenimento della velocità del braccio racchetta limitando anche in questo caso il lavoro e il sovraccarico della struttura muscolare-tendinea.

Ora è altrettanto evidente, credo, che il colpo perfetto, lo swing ideale, l’oscillazione migliore, esiste solo sulla carta, perché conformazioni e morfologie particolari possono influire sul raggiungimento di quello che è ritenuto lo swing di riferimento in quanto ad efficienza ed efficacia. Molto spesso, se non sempre, è necessario scendere a compromessi, sia nella vita che nello sport. Non si può ottenere tutto. Nel caso di Medveved, come riportato nell’articolo su Ubitennis, la ricerca di un movimento più ampio nel servizio aveva degli effetti negativi sul trasferimento del peso e sull'equilibrio.

La ricerca del movimento ideale va sempre messa in relazione al singolo giocatore e alle sue caratteristiche morfologiche, nonché di comodità del gesto e di gioco. Si tratta quindi di una ricerca per approssimazione: si ricerca una maggiore efficienza d’impatto relativa. Sarebbe infatti inutile avere maggiore effetto sulla palla in rotazione e velocità a discapito della regolarità; è opportuno arrivare a un compromesso. Nei giocatori senior, per esempio, l’uso delle anche, della schiena e delle spalle può essere limitato da infortuni o dall'età stessa. È pertanto evidente che questi fattori vanno tenuti in considerazione perché limitano la possibilità di eseguire il miglior gesto possibile.

Ovviamente l’approccio dovrà essere quello che permette di limare il più possibile per raggiungere l’esecuzione migliore, tenendo sempre in considerazione l’aumento dei margini di errore. Un colpo eseguito con il massimo raggio quindi ampiezza, la massima velocità e la massima massa all'impatto è sicuramente migliore in linea teorica solo se ha dei margini di errore accettabili per il singolo individuo, in caso contrario un’ampiezza più piccola, una velocità minore o una massa minore possono rappresentare una scelta ottimale per il giocatore, in relazione al gruppo di giocatori con cui si confronta.

Discostarsi troppo dal gesto ideale diventa ovviamente rischioso nelle competizioni di alto livello perché il numero ridotto, ridottissimo, magari nullo degli errori, se ottenuto a prezzo di una palla eccessivamente morbida, e quindi facilmente attaccabile dall'avversario, produrrebbe un effetto disastroso.

Da questo punto di vista possono venire in soccorso i Big Data. L’analisi di un grande numero di dati dal punto di vista statistico è una scienza che viene sempre più utilizzata in svariati campi ed anche nello sport. Sta prendendo piede anche in Italia, dal basket alla pallavolo. Perché non nel tennis?

L’analisi di un volume consistente di dati permette di scartare interpretazioni dovute a fenomeni accidentali, elementi casuali, affinché si possa avere una visione corretta dei fenomeni. Un esempio semplicissimo è quello di un giocatore di basket che ha una media di realizzazione dai tre punti del 70% e una media di realizzazione dentro la linea dei tre punti, quindi da due punti, del 100%. Su un piccolo volume di dati, mettiamo tre tiri per ulteriore semplicità, il giocatore potrebbe incorrere in tre errori e realizzare zero punti, mentre con il tiro da due realizzerebbe sempre sei punti. Ma con un volume maggiore (100 tiri) 70 canestri da tre punti sono 210 punti realizzati, mentre 100 canestri da due punti muovono lo score di 200 punti. Dieci in meno. È quindi chiaro che a un giocatore con queste percentuali lo statistico della squadra suggerirebbe di tirare da tre e di prendere lo step back per uscire dalla linea che demarca il tiro da tre. Suggerirebbe anche di non preoccuparsi quando incorre in un errore o in più errori consecutivi.

Si tratta dello stesso suggerimento che Rafael Nadal ha dato a Roger Federer durante la Laver Cup 2019 nell'incontro con Nick Kirgyos dopo avere dato un’occhiata alle statistiche apparse sugli schermi. Avendo visto che Roger aveva una percentuale positiva di punti vinti sugli scambi brevi ha suggerito allo svizzero di non preoccuparsi degli errori e di cercare il prima possibile colpi vincenti per abbreviare lo scambio.

La comodità del gesto è un altro aspetto da tenere in considerazione sempre per gli stessi motivi sopra indicati: buona efficienza, anche se non ottima, con margini di errori ridotti. Anche qui valgono le stesse considerazioni appena esposte: se con la massima comodità di gesto la palla risulta debole, fiacca, facilmente attaccabile dal nostro avversario avremo pochi vantaggi. La comodità di gesto riserva inoltre un aspetto da valutare con più attenzione: non di rado si tratta di un’abitudine di gioco che abbiamo sviluppato nel tempo e a cui ci siamo adattati, nonostante esistano movimenti più efficaci e addirittura più “comodi”, meno stressanti, dal punto di vista dell’utilizzo della struttura muscolare-tendinea. Un’abitudine posturale e gestuale potrebbe rendere difficile il cambiamento a causa di sensazioni di disagio iniziale, dovute proprio alla consolidazione di un difetto talmente radicato da indurre in inganno i nostri sensi. Il caso più macroscopico di cui sono a conoscenza tutti maestri è quello di coloro che si sono abituati ad eseguire il servizio con l’impugnatura easter di dritto. Il passaggio all'impugnatura continental può risultare molto difficoltoso, se non addirittura impossibile in alcuni casi, a causa della necessità della pronazione dell’avambraccio nella fase finale dello swing.

La ricerca dell’ottimizzazione dei colpi di un giocatore dal primo giorno in cui impugna la racchetta credo non possa che passare dall'analisi di questi tre aspetti: fisica, biomeccanica, comodità del gesto e big data analisi. Le prime analisi, i primi passi, saranno ovviamente di natura macroscopica per poi arrivare ad aggiustamenti di natura sottile (fine tuning), come i sensori che hanno aiutato Danil Medvedev.