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sabato 6 giugno 2026

Tennis. Il mito del "è tutto mentale". Ma non è la testa, è il corpo. Stiamo facendo un danno enorme ai ragazzi

 


Il mito del “è tutto mentale”


Nel tennis contemporaneo esiste un mantra quasi obbligatorio: «Alla fine è tutto nella testa». I campioni lo ripetono nelle interviste, i commentatori lo usano per spiegare crolli improvvisi, gli allenatori lo citano come spiegazione universale. Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer, Jannik Sinner e tanti altri hanno raccontato come abbiano dovuto lavorare duramente sul proprio “gioco mentale” per raggiungere la vetta.  le pubblicità su i media lo riprendono come soluzione magica e semplice ma spesso indefinita.


Questa narrazione è potente e in parte vera. La capacità di gestire la pressione, accettare gli errori, mantenere la concentrazione per ore e tornare a giocare bene dopo un set perso o una sconfitta sono elementi decisivi ad alto livello. Tuttavia, trasformarla in un dogma assoluto, «se sbagli è perché sei debole mentalmente», diventa fuorviante, e, per molti giocatori, persino dannoso.


Ci sono diversi motivi per cui il mito è così diffuso.


- Cultura tennistica: il tennis è uno sport individuale estremo. Non ci sono compagni su cui scaricare la colpa o con cui dividere le responsabilità. Quando si perde, lo sguardo si rivolge inevitabilmente verso l’interno, verso noi stessi.

- Storie dei campioni: i racconti di recuperi epici e imprese assolute (Nadal al Roland Garros, Djokovic che rimonta due set) enfatizzano la resilienza psicologica, rendendola più affascinante e vendibile di un banale aggiustamento tecnico.

- Semplicità apparente: dire «è nella testa» è facile. Non richiede analisi video, sensori biomeccanici,  conoscenze di cinematica o approfondimenti tecnici esecutivi. È una spiegazione pronta all’uso.

- Industria del mental coaching: libri, app e psicologi sportivi hanno tutto l’interesse a posizionare il mentale come fattore decisivo e risolvibile con i loro metodi.


I limiti di questa visione sono evidenti


Il problema principale è che trasforma una conseguenza in una causa. Sembra che molti “crolli mentali”  nascano dal nulla nella testa del giocatore, sembra che non siano attivati da un corpo o una tecnica che, sotto pressione o in certe circostanze di gioco, rivelano le proprie inefficienze.


Quando un tennista perde fiducia, spesso non è perché ha improvvisamente deciso di dubitare di sé o del suo gioco. È perché il suo impatto è diventato inconsistente, più difficoltoso, meno efficiente: la palla non esce come in allenamento, il timing si altera, la racchetta trasmette sensazioni spiacevoli. Il cervello, razionalmente o meno, registra ed elabora un messaggio «non sto controllando la situazione» e attiva le risposte di stress. A quel punto entra in scena la tensione, il grip stretto, il respiro corto e il circolo vizioso è servito. Inizia un classico feed back "ricorsivo positivo" tipico dei sitemi complessi: la causa innesca un effetto che alimenta la causa che ingigantisce l'effetto.


Esempi:

- Il giocatore che “non ha più il servizio” nei tié-break: spesso non è panico puro, ma una coordinazione gambe-braccio che collassa sotto adrenalina. Il corpo non genera più potenza dal basso quindi il braccio forza l'esecuzione che diviene meno fluida questo innesca un blocco apparentemente “mentale”.

- L’amatore che sbaglia tutti i rovesci lunghi nel terzo set: analisi video rivelano quasi sempre un posizionamento tardivo dei piedi o una mancanza di rotazione del tronco che, a ritmo lento in allenamento, non si notava ma in condizione di partita si esaspera.

- Atleti che migliorano drasticamente dopo un cambio di esecuzione biomeccanica: molti raccontano «pensavo di avere un blocco mentale, invece era solo un movimento sbagliato che emergeva in partita».


Questa attribuzione esclusiva al mentale porta a due conseguenze negative:

1. Il giocatore si colpevolizza («sono fragile», «non ho carattere»), peggiorando ulteriormente l’autostima.

2. Si investe tempo e denaro in sessioni psicologiche senza risolvere la causa scatenante, ottenendo risultati parziali o temporanei.


Un equilibrio più onesto


L’aspetto mentale è fondamentale, ma non è indipendente dal corpo. È embodied: emerge dall’interazione tra stato fisico, feedback sensoriale e interpretazione cerebrale. Riconoscere questo non diminuisce il valore del lavoro psicologico (routine pre partita, respirazione, cambiare il proprio modo di approcciare la partita e degli errori (reframing), ma lo rende più efficace, perché è sostenuto da una biomeccanica solida.


In sintesi, dire «è tutto mentale» è come affermare che una macchina da corsa ha perso perché il pilota non aveva abbastanza grinta, ignorando che il motore aveva una messa a punto sbagliata. Il pilota conta tantissimo, ma senza un’auto che risponde bene sotto sforzo, la sua grinta serve a poco.


La biomeccanica come radice del problema


Mentre nel tennis si parla incessantemente di “forza mentale”, “resilienza” e “gestione della pressione”, spesso si trascura un fatto fondamentale: **molti problemi che percepiamo come mentali nascono prima di tutto da un’inefficienza biomeccanica**. Non è una negazione dell’importanza della psicologia, ma un rovesciamento della sequenza causale più realistico e utile.


Cosa intendiamo per “inefficienza biomeccanica”


Si tratta di piccoli (o grandi) errori tecnici che impediscono un impatto ottimale della palla con la racchetta. I più comuni sono:


- Timing tardivo dell’impatto quando la palla viene colpita troppo indietro;

- Timnig troppo anticipato quando la palla viene colpita troppo in avanti (spesso trascurato da allenatori e maestri porta con sé una conseguenza semplice: l'impatto avviene quando il braccio-racchetta ha iniziato la fase di chiusura);

- Mancanza di rotazione del "core", delle anche e delle spalle (catena cinetica interrotta: il braccio deve compensare con forza muscolare bruta);

- Postura instabile o spostamento del peso scorretto, conseguente mancanza di equilibrio e catena cinetica inefficiente.

- Compensazioni varie: spalle alzate, gomito troppo alto, grip eccessivamente stretto, impugnature non adatte.

- Movimento preparatorio inefficiente: backswing troppo lungo, scoordinato o che non sfrutta bene la forza gravitazionale potenziale verso il basso.


Queste inefficienze non sono solo “brutte abitudini”. Hanno conseguenze fisiche immediate e misurabili:

- Minor potenza e controllo.

- Maggior numero di palle non colpite al centro 

- Maggiore dispendio energetico.

- Aumento del rischio di infortuni (gomito, spalla, schiena, anche).

- Feedback sensoriale negativo dalla racchetta: la palla non “esce” pulita, la racchetta vibra, la palla perde velocità o non prende la rotazione prevista.


Un tennista con questi problemi può giocare benissimo in allenamento a ritmo lento, ma sotto pressione, quando il tempo di reazione si riduce gli automatismi non sono ancora consolidati le inefficienze emergono prepotentemente.


Dal fisico alla mente: la sequenza reale


1. Inefficienza tecnica: colpo debole o inconsistente.

2. Feedback sensoriale povero : “brutte sensazioni all'impatto”, la palla finisce spesso in rete o fuori di poco, colpi non centrati o colpiti con il telaio.

3. Frustrazione immediata e dubbio: «Non sto controllando la palla».

4. Reazione psicologica: tensione muscolare, respirazione alta, focus eccessivo su se stessi, paura di sbagliare di nuovo.

5. Peggioramento della tecnica: il corpo si irrigidisce ulteriormente, il timing collassa ancora di più, le imprecisioni aumentano.


A questo punto il giocatore potrebbe pensare: «Ho un problema mentale». In realtà ha un problema meccanico che ha attivato il circolo vizioso.


Esempi concreti:

- Il classico “rovescio che trema in partita”: spesso non è paura, ma un impatto senza rotazione adeguata delle anche o delle spalle. Il corpo compensa con il braccio → palla corta → frustrazione → tensione → rovescio ancora peggiore.

- Problemi di servizio “nervoso”: molte volte derivano da una coordinazione scapolo-omerale scorretta o da una spinta con le gambe insufficiente, da un tentativo di schiacciare la palla muscolarmente con il braccio. Il corpo non genera la potenza di rotazione e dal basso → il braccio forza → ansia da prestazione, blocco psicologico (yips).

- Giocatori che “perdono il dritto” nei momenti decisivi: le analisi video mostrano quasi sempre un piede di appoggio bloccato o una rotazione incompleta che emerge solo quando la pressione sale. La ricerca ansiosa del vincente porta a un anticipo eccessivo e muscolare. 


Studi di biomeccanica del tennis (tra cui il lavoro di Bruce Elliott e colleghi) hanno dimostrato che una tecnica efficiente riduce lo stress muscolare del 20-30% e aumenta la consistenza di gioco. Quando questa efficienza manca, il corpo manda continuamente segnali di “allarme” al cervello, che li interpreta come incapacità personale.


Perché è più facile partire dal corpo


Correggere prima la biomeccanica offre un vantaggio enorme infatti il feedback sensoriale positivo arriva immediatamente. Quando l’impatto diventa più pulito, la racchetta “canta”, la palla viaggia con il controllo desiderato, le sensazioni sono buone, la fiducia ritorna in modo naturale, senza bisogno di discorsi motivazionali. Il circolo vizioso si inverte in circolo virtuoso.


Questo approccio non elimina la necessità del lavoro mentale, ma lo rende molto più efficace: è più facile gestire la pressione quando il corpo ti dà conferme positive anziché segnali di fallimento continui.


L’embodied cognition nel tennis. Come il corpo modella la mente (e viceversa)

“ La mente non comanda il corpo”, ma “corpo e mente sono uno”


Nella visione tradizionale del tennis si tende a separare nettamente l’aspetto tecnico (corpo) da quello mentale (testa). L’embodied cognition (cognizione incarnata o incorporata ) ribalta questa prospettiva: i processi cognitivi di percezione, anticipazione, decisione, emozione e fiducia non sono confinati nel cervello, ma emergono dall’interazione tra corpo, movimento e ambiente. 


Come sintetizza Margaret Wilson, la cognizione è collegata alle situazioni (*time-pressured*), orientata all’azione e profondamente influenzata dallo stato corporeo. Nel tennis, questo significa che il tuo modo di muoverti e impattare la palla non è solo “esecuzione”: modella letteralmente come vedi il campo, come anticipi l’avversario e come ti senti durante il match.


Perception-Action Coupling (PAC): il cuore del gioco


Uno dei concetti centrali è il perception-action coupling (accoppiamento percezione-azione). Nel tennis non percepiamo prima e agiamo dopo: le due cose accadono in modo simultaneo e ricorsivo. 


Un tennista esperto non “calcola” la traiettoria della palla come un computer. Usa il proprio repertorio motorio per leggere le indicazioni posturali dell’avversario (rotazione delle anche, posizione della racchetta, inclinazione delle spalle) e genera una risposta motoria direttamente calibrata. Il corpo “sa” cosa significa quel movimento perché lo ha eseguito migliaia di volte. 


Esempio pratico:  

Immagina una risposta al servizio. Un principiante vede la palla e poi decide come muoversi. Un professionista, invece, inizia già il movimento preparatorio mentre l’avversario sta ancora caricando il servizio. Il suo corpo, attraverso l’esperienza senso motoria, “percepisce” il tipo di colpo che verrà eseguito (affordances, opportunità d’azione) che un principiante non vede: “posso aggredire questo servizio con un rovescio inside-out”. Questo non è pensiero astratto: è cognizione embodied.


Studi sugli sport di racchetta mostrano che l’allenamento che coinvolge  percezione e azione è molto più efficace di un training solo percettivo (guardare video e rispondere verbalmente). Il corpo deve essere coinvolto per calibrare davvero la percezione.


Il feedback loop embodied: il circolo vizioso fisico-mentale


Ecco come l’embodied cognition spiega perfettamente il meccanismo che stavamo discutendo: un’inefficienza biomeccanica non è solo un errore tecnico, ma altera l’intero sistema cognitivo.


Diagramma del loop ricorsivo embodied:




Inefficienza biomeccanica

        ↓ (feedback sensoriale negativo)

Feedback corporeo scadente

(impulso “debole”, vibrazione, palla fuori)

        ↓

Alterazione della percezione & emozione

(«non controllo la palla», dubbio, tensione)

        ↓

Reazione psicologica embodied

(muscoli rigidi, grip stretto, focus interno eccessivo)

        ↓

Peggioramento della biomeccanica

(timing alterato, catena cinetica interrotta)

        ↑ (loop si chiude e si amplifica)


Questo è un positive feedback loop embodied: ogni giro rende il sistema più instabile. Un impatto tardivo o senza rotazione del core genera un feedback sensoriale povero → il cervello interpreta “non sono affidabile” → tensione muscolare → timing ancora peggiore. Il “problema mentale” (ansia, choking) è spesso la conseguenza visibile di questo loop, non la causa originaria.


Esempi concreti dal campo:

- Sabalenka prima della svolta tecnica: problemi di servizio con yips (blocco mentale). Molti analisti hanno sottolineato come la correzione biomeccanica del servizio abbia risolto gran parte del problema “mentale”. Il corpo ha iniziato a mandare feedback positivi → fiducia embodied è tornata.

- Giocatore amatoriale (rovescio): impatto in ritardo e senza rotazione delle anche → palle corte o in rete → frustrazione → spalle contratte e braccio rigido → rovescio ancora peggiore. Cambiando il timing e aggiungendo rotazione, spesso l’“ansia da rovescio” scompare senza lavoro psicologico specifico.

- Anticipazione sotto pressione: quando il corpo è teso, la propriocezione si altera e gli indicatori (i cue) dell’avversario diventano più difficili da leggere. Il loop riduce la capacità di perception action coupling (accoppiamento percezione azione), facendo sembrare l’avversario “imprevedibile”.


#Implicazioni per l’allenamento e la performance


L’embodied cognition suggerisce un approccio “bottom-up” (dal corpo alla mente):

- Privilegiare drill live con feedback immediato invece di troppe istruzioni verbali.

- Usare video analysis non solo per la tecnica, ma per osservare come cambia la percezione quando la biomeccanica migliora.

- Allenamenti “no-thought” o con focus esterno (es. “colpisci verso il bersaglio”) per lasciare che il sistema embodied funzioni senza interferenze coscienti.


In sintesi, nel tennis la mente non fluttua sopra il corpo: emerge dal corpo in azione. Migliorando l’efficienza biomeccanica non si corregge solo i colpi, ma si ristruttura la percezione, l’anticipazione e la fiducia in se stessi. È uno dei motivi per cui coach specializzati in biomeccanica spesso “guariscono” problemi psicologici apparentemente irrisolvibili.


Perché questo approccio è fondamentale soprattutto per i ragazzi


Nel tennis giovanile il mantra «è tutto nella testa» è particolarmente pericoloso. Un bambino o un adolescente che sbaglia ripetutamente un colpo non ha ancora la maturità emotiva per distinguere tra un limite tecnico e un presunto limite caratteriale. Quando gli si ripete che «deve essere più forte mentalmente», il messaggio che interiorizza troppo spesso è: «Sono io come persona che non vado bene» e non "è la mia tecnica che non va bene".


Il rischio di una responsabilizzazione eccessiva


I ragazzi tra i 8 e i 16 anni stanno ancora costruendo la propria identità sportiva e personale. Dire loro che i problemi in campo dipendono principalmente dalla testa produce tre effetti dannosi:


1. Sfiducia in se stessi  

   Invece di pensare «devo migliorare il timing del rovescio», pensano «non sono abbastanza forte e/o coraggioso e/o concentrato». Questa attribuzione interna stabile («è un mio difetto») è uno dei fattori più forti nello sviluppo dell’ansia sportiva e del burnout.


2. Pressione psicologica eccessiva  

   Il giovane si carica di una responsabilità enorme: deve “gestire la testa” in un’età in cui il sistema nervoso e la capacità di autoregolazione emotiva sono ancora in via di sviluppo. Il risultato è spesso tensione cronica, paura di sbagliare e, paradossalmente, un peggioramento della performance.


3. Abbandono precoce 

   Molti talenti promettenti mollano il tennis tra i 13 e i 17 anni non perché “non hanno carattere”, ma perché vivono il gioco come un continuo esame psicologico in cui si sentono inadeguati. Studi sul dropout nel tennis giovanile mostrano che la percezione di fallimento personale è uno dei predittori più forti.


Il vantaggio di partire dalla biomeccanica


Insegnare prima l’efficienza del movimento offre ai ragazzi un percorso molto più sano e motivante:


- Feedback concreto e immediato  

 Correggendo il posizionamento dei piedi o la rotazione delle anche, il ragazzo vede e sente subito che la palla esce meglio. Questo rinforzo positivo è tangibile, misurabile e non dipende da una astratta “forza di volontà”. La fiducia cresce in modo naturale, dal corpo alla mente.


- Responsabilizzazione sana  

 Il messaggio diventa: «Non è che sei scarso, è che questo movimento non è ancora ottimizzato». Si sposta il focus dal giudizio sul carattere al miglioramento di una competenza tecnica, esattamente ciò che un ragazzo può controllare con l’allenamento.


- Prevenzione degli infortuni e del burnout  

 Una tecnica efficiente riduce lo stress articolare e muscolare. Un ragazzo che gioca senza compensazioni forzate si diverte di più, si infortuna meno e mantiene la passione più a lungo.


- Sviluppo psicologico indiretto ma potente  

  Quando il corpo funziona meglio, il “problema mentale” spesso si riduce o scompare senza bisogno di interventi psicologici pesanti. Il ragazzo impara che può migliorare attraverso il lavoro concreto, costruendo un luogo di controllo (locus of control) interno e sano, nonché un percorso di crescita tangibile («se mi impegno sulla tecnica, miglioro»).


Esempi dal campo


- Un under 12 che “perde la testa” sul match point spesso ha semplicemente un servizio con spinta delle gambe insufficiente. Correggendo la biomeccanica del servizio in poche settimane, molti coach vedono sparire completamente il nervosismo.

- Ragazze adolescenti con rovescio a una mano che “trema” in partita: nella stragrande maggioranza dei casi non è mancanza di coraggio, decisione o sangue freddo, ma mancanza di rotazione del tronco e timing dell’impatto. Una volta sistemato il movimento, la fiducia ritorna da sola.

- Genitori e coach che passano dal “devi essere più aggressivo mentalmente” al “proviamo a caricare meglio le anche” notano che il ragazzo diventa più sereno, ride di più in campo e vuole continuare ad allenarsi.

La concentrazione viene spostata da un elemento astratto poco definibile a un processo tecnico concreto.


Un nuovo modo di educare nel tennis giovanile


I coach e i genitori che adottano questo approccio ottengono risultati migliori sia a breve che a lungo termine:

- Tecnica più solida (base per un futuro da agonista o da appassionato)

- Autostima più stabile

- Minore rischio di abbandono

- Divertimento più grande e il divertimento è il vero motore della crescita nel tennis giovanile


Conclusione 

Non si tratta di negare l’importanza dell'aspetto mentale "puro". Si tratta di non caricarne tutto il peso sulle spalle di chi sta ancora crescendo. Partire dal corpo è più rispettoso dello sviluppo del ragazzo, più efficace e, alla fine, più umano. Perché un bambino che impara che può migliorare toccando con mano i progressi del proprio movimento è un bambino che impara a fidarsi di sé stesso, non solo nel tennis, ma nella vita.


mercoledì 23 novembre 2022

Mente, abilità e competenze trasversali nel tennis

pixabay.com

Non di rado abbiamo l'abitudine a ragionare per compartimenti stagni. Quello che facciamo in un determinato ambito rimane confinato alla materia o al compito di riferimento. La scuola è la scuola, la storia è la storia, la matematica è la matematica, la letteratura è la letteratura, un coniglio è un coniglio. La nostra mente lavora per categorie perché è un modo semplice e utile per ragionare, svolgere attività, catalogare e archiviare. Ma è opportuno anche avere una visione d'insieme, infatti la realtà non è rigidamente separata in comparti, ma è piena di connessioni, sfumature, relazioni. Una visione a compartimenti stagni non sarà mai una rappresentazione approfondita della realtà. 

Anche negli sport, che svolgiamo a scopo ludico o professionale, avere una visione d'insieme per stabilire attinenze tra abilità e compiti da svolgere riveste un ruolo fondamentale. Infatti molte delle abilità posso essere acquisite e utilizzate in ambiti e contesti diversi, inoltre queste abilità possono essere anche allenate in situazioni diverse e facilmente trasferite da un ambiente ad un altro.

Anche nel tennis ci sono diverse competenze trasversali.

Le principali sono le abilità atletiche e le abilità mentali. 

La capacità di concentrazione sul compito, la memoria in generale e la memoria motoria, hanno un effetto diretto sull'apprendimento tecnico e sul richiamo di situazioni di gioco e sono da considerare delle abilità mentali.

L'allenamento aerobico, anaerobico e della soglia anaerobica sono i principali allenamenti che consentono lo sviluppo di abilità atletiche da utilizzare anche sul campo da tennis.

Ce ne possono essere anche altre, come per esempio, l'allenamento dell'equilibrio o la gestione dello stress e delle emozioni ma non entreremo nello specifico dei singoli allenamenti che lasceremo ai preparatori atletici e mentali.

E' opportuno evidenziare che per acquisire e migliorare queste caratteristiche non è necessario avere un ambiente specifico di riferimento. Possono essere allenate anche fuori dal campo da tennis, senza una rete, senza una racchetta e senza una pallina, però tutti i vantaggi acquisiti sono subito spendibili nel nostro sport preferito. Anche se l'aspetto del piacere del gioco non è presente dovremmo essere più lungimiranti quando dedichiamo tempo a questo tipo di allenamenti senza racchetta.

Una considerazione particolare lo meritano le abilità mentali. Concentrazione e memoria infatti non sono settoriali: non esiste una memoria per il tennis o una concentrazione specifica per uno sport invece che per un altro. Sono peculiarità talmente indipendenti che possono essere allenate anche svolgendo compiti molto diversi tra di loro. Leggere, studiare, o qualsiasi altro compito che richiede una capacità di concentrazione e di memorizzazione prolungate è in grado di allenare queste abilità. Ovviamente le condizioni ambientali di gioco e le caratteristiche di ogni sport impongono aggiustamenti specifici. La memoria dovrà essere finalizzata all'acquisizione di soluzioni tecniche e tattiche determinate; la concentrazione dovrà far fronte a variabili distraenti diverse, come il pubblico, lo stress, la presenza dell'avversario; ma i connotati principali rimangono gli stessi. Sono abilità portabili nella loro sostanza.

Se si arriva sul campo di allenamento con questi bagagli di abilità già sviluppati, se vengono curati anche al di fuori dell'attività sportiva, l'atleta partirà sicuramente da una condizione di vantaggio e dovrà dedicarsi esclusivamente ai compiti specifici del proprio sport.

Un ulteriore esempio è l'attenzione ai particolari e la loro cura, condizioni che possono essere esercitate in ogni ambito della propria vita e permettono di sviluppare un modus organizzativo mentale che risulterà utile anche nell'acquisizione della tecnica nonché nella gestione tattica di una competizione.

Negli sport moderni le competizioni sono sempre più serrate, più difficili e dure. L'aumento di complessità e l'elevata competitività richiedono la predisposizione mentale e caratteriale a cercare di migliorarsi sempre, limando il particolare per progredire anche in modo infinitesimale. Pertanto al fine di raggiungere gli obiettivi è sempre più necessario utilizzare un ventaglio, il più possibile completo, di abilità e competenze trasversali e trasferibili.

lunedì 21 novembre 2022

Consapevoli di poter vincere

Consapevolezza. (pexels.com)

Per indicare una sensazione di calma e sicurezza correlata ai propri mezzi sportivi è spesso abusato il verbo credere. Credere di poter vincere, credere di potercela fare. In realtà non è la migliore definizione che si possa dare della confidenza che possiede un atleta nei propri mezzi per raggiungere una determinata prestazione.

Il verbo credere fa riferimento a qualcosa di astratto, privo di basi concrete. Gli sport e il tennis sono fatti di azioni tangibili da svolgere in uno spazio e in un tempo determinati. La sicurezza di un atleta affonda le radici in una realtà fisica, che non ha niente di astratto. Credere in qualcosa può essere addirittura fuorviante, può portare a sovrastimare le proprie possibilità innescando una serie di alti e bassi emotivi, illusioni e disillusioni, che dipendono dai risultati.

La sicurezza nei propri mezzi, la fiducia nelle proprie capacità, invece, guidano verso una consapevolezza di se stessi come atleti che è più consistente e meno dipendente dai risultati. Questa consapevolezza si alimenta costantemente di una percezione cosciente delle proprie abilità.

Al fine di raggiungere una massima e soddisfacente esperienza sportiva ed avere controllo di se stessi, buone sensazioni in campo e fiducia di riuscire è opportuno agire su tre aspetti principali:

1. Possedere solidi modelli tecnici e atletici di riferimento, di cui non dubitare.

2. Allenamento dei modelli fino all'automatismo esecutivo.

3. Progressione delle difficoltà attraverso bilanciamento continuo tra sfide e abilità acquisite (più crescono le abilità più si alza il livello degli obiettivi).

I modelli sono fondamentali perché hanno un effetto diretto nel creare  sicurezza nelle proprie esecuzioni sia che si tratti di modelli strettamente tecnici sia di modelli atletici di allenamento. Abbiamo visto che i due fattori si influenzano a vicenda e sono interconnessi.

L'allenamento è essenziale, una volta sicuri dei modelli di riferimento,  dovrà essere praticato fino all'automatismo esecutivo. Due sono i vantaggi principali: da una parte la sicurezza esecutiva consente di concentrarsi sulla prestazione e non sull'esecuzione, dall'altro consente  di tenere sotto controllo le variabili che sono presenti solo in partita. Gli spettatori, il tifo, rumori imprevisti. Maggiore sarà la pratica effettuata e minore sarà l'effetto distraente di tutte quelle variabili che si possono presentare in competizione e non ci sono in allenamento.

Il terzo punto consente di evitare sovra stime o sotto stime delle proprie abilità. In entrambi i casi, infatti, il disequilibrio tra le percezioni dell'atleta e la realtà preclude di avere un'ottima esperienza nella competizione. Se sovrastimiamo le nostre possibilità aumentano le probabilità che, alla prima difficoltà, ci si senta delusi e non appropriati al compito. Se invece sotto stimiamo il nostro gioco non sarà possibile entrare in campo con quella tranquillità che consente di esprimere le nostre qualità atletiche e tecniche al meglio. Saremo come schiacciati dal compito che ci aspetta perché lo riteniamo al di sopra delle nostre possibilità.

Nessun dubbio.

Quando siamo in competizione possono succedere molte cose, alcune delle quali impreviste. Molte altre sono al di fuori del nostro controllo, pertanto quando le cose vanno male, o come non ci saremmo aspettati, è probabile che alcuni dubbi iniziano a entrare nei nostri pensieri.

"Sto facendo la cosa giusta?", "Mi sarò preparato abbastanza?""Dove sbaglio?", "Perché?"

Questo tipo di pensieri minano la sicurezza degli atleti, la loro confidenza. Sono pensieri negativi che è necessario allontanare e non è sempre facile.

Il miglior modo è quello di essere sicuri della propria tecnica, della propria preparazione e del proprio allenamento.

Eravamo sicuri che potevamo riuscirci, perché l'avevamo fatto così tante volte in allenamento che non c'era nessuna paura, solo calma e una concentrazione fredda, rilassata. (Flow in Sports, pag. 58, Susana A. Jackson, Mihaly Csikszentmihalyi, Human Kinetics, 1999).

Non si tratta di un atto di fede, ma di una sicurezza che deriva dall'esperienza, dalla solidità dei modelli esecutivi di riferimento, dall'allenamento e dalla consapevolezza delle proprie abilità.

sabato 19 novembre 2022

Il successo passa dalla conoscenza, anche nello sport

Learning and Education
CC 2.0


Ogni atleta ha bisogno di feed back chiari su almeno tre aspetti fondamentali:

1) Il proprio fisico in relazione allo spazio di gioco;

2) esecuzione tecnica;

3) attrezzatura.

I tre aspetti si condizionano a vicenda, sono interconnessi. Una modifica dell'attrezzatura può ripercuotersi sull'esecuzione tecnica, così come può farlo una diversa preparazione atletica e una percezione diversa di se stessi nell'area di competizione.

Un cambiamento nella propria esecuzione può avere la necessità di essere accompagnato da una migliore o diversa preparazione.

Conoscere il proprio fisico, conoscere l'attrezzatura utilizzata, conoscere il proprio gioco.

Un atleta di livello internazionale non può fare a meno di queste qualità, le quali sono essenziali per tutti gli agonisti ed anche per i giocatori ricreativi con le dovute proporzioni.

Una delle situazioni più problematiche è quella che deriva dalla presenza di feed back ambigui, ovvero la difficoltà o l'impossibilità di distinguere la causa degli errori o di una o più prestazioni sottotono rispetto ai propri standard. Si ferma il processo di crescita, si insinua la sfiducia e si rischia l'involuzione.

Thomas Muster ne parlò in un'intervista alla BBC alcuni anni fa, quando dopo il successo al Roland Garros, nel 1995, il cambiamento della racchetta, finalizzato a giocare meglio sulle superficie veloci, innescò un processo di perdita di confidenza nelle esecuzioni. La transizione tra le due attrezzature non fu rapida e facilmente realizzabile come si poteva ipotizzare [Intervista a Muster].

Ne emerge che, nel tennis e negli sport in generale, la consapevolezza e l'incremento delle conoscenze sono divenuti e diverranno condizioni sempre più essenziali per le prestazioni degli atleti, ai quali sarà richiesto di sapere le basi sui materiali delle racchette, delle corde, conoscere un minimo i principi della fisica (momento elastico, momento d'inerzia, moto pendolare, il funzionamento delle leve). Sapere cos'è l'allenamento aerobico, quello anaerobico e quello in soglia. Conoscere il proprio vo2 max. Non perché ci sia un obbligo scolastico, ma perché un certo tipo di conoscenze di base sono utili nel caso in cui si debba comprendere meglio le cause delle proprie prestazioni, sia quando sono ottimali che quando appaiono al di sotto delle aspettative.

In linea generale si può affermare che gli sports crescono di complessità in base all'uso dell'attrezzatura e alla conformazione dell'aera di competizione o campo di gioco. Questo accade perché aumentano le variabili che influiscono sulle prestazioni del sistema atleta. Uno sciatore dovrà tener conto, oltre che del proprio fisico, degli sci, degli scarponi, delle lamine, del pendio di gara e del tracciato. Anche se ci sono ottimi ski man, al fine di fornire indicazioni essenziali dovrà avere un'infarinatura sulla preparazione degli sci. Troppo filo? Meno filo? Un maggiore o un minore angolo della lamina che effetti anno sulla sciata anche in base alle condizioni della neve?

Lo sport con meno variabili da questo punto di vista è l'atletica leggera, ma anche qui la complessità varia in base alla disciplina, perché ci possono essere attrezzature da utilizzare o presenti nell'area di competizione come nel caso della corsa ad ostacoli.

Nel tennis le conoscenze dovranno riguardare alcuni i principi della fisica relativi alle corde e alle racchette. Spesso nei circoli, per esempio, si sente utilizzare in modo improprio i concetti di leva o momento di inerzia. Per evitare fraintendimenti è opportuno invece essere il più precisi possibile e non dare nulla per scontato.

Un giocatore che conosce più cose è già un giocatore migliore. La mente umana lavora sulle conoscenze a livello inconscio anche solo per il fatto di essercisi imbattuta. Un atleta consapevole è un individuo che amplifica le proprie possibilità di successo e si mette nelle migliori condizioni per percorrere la strada di un'esperienza piena e soddisfacente.

E' in grado di correggere meglio gli errori, si rende conto quando e dove intervenire, ha una visione più chiara dei propri feed back di gioco, tecnici, atletici e di attrezzatura. Interagisce meglio con il proprio staff: preparatore atletico, mental coach, nutrizionista. Naturalmente la stessa avidità di informazioni è richiesta a tutto lo staff affinché la preparazione non soffra di ambiguità, che sono la ruggine negli ingranaggi di un giocatore.

Coloro che non si accontentano di esercizi ripetitivi, di un addestramento meccanico, ma scelgono un percorso di allenamento conoscitivo approfondito imparano prima, meglio, di più, e percorrono la strada verso il successo.